libero pensiero

IPAZIA

MARTIRE DEL LIBERO PENSIERO

 

Ipazia divenne martire del pensiero libero nel ‘700, con l’Illuminismo. Lo storico britannico Edward Gibbon affermò che la Chiesa aveva sulla coscienza un crimine mostruoso di cui non si sarebbe mai liberata. Comprensibile per gli Illuministi una condanna del genere. Nel ‘700 si era in piena ribellione laica, alla ricerca di un mondo nuovo, nel quale l’uomo avrebbe avuto il riconoscimento della propria personalità secondo una logica razionale. Abbasso, dunque, la fede.

Che la razionalità fosse di casa ad Alessandria d’Egitto, è provato dalla presenza di una nutrita colonia di studiosi di origine greca. Si studiava il pensiero di Platone (neoplatonismo, Plotino: l’intelligenza che sostituisce la passione) e quello di Aristotele. In città, intanto, si stava facendo strada il Cristianesimo, un fenomeno poco attraente per gli intellettuali.

Va detto che secondo la mentalità del tempo, siamo nel IV-V secolo, il latino non era lingua adatta a raggiungere le raffinatezze del pensiero filosofico, valeva solo il greco. Perciò i testi pagani venivano analizzati da dotti, abili in entrambe le lingue, per rinvenire passi utili all’arricchimento del pensiero cristiano. Così Platone entrerà nella chiesa romana e vi si sistemerà agiatamente. D’altro canto, l’Editto di Tessalonica del 380 e il Concilio di Costantinopoli del 381, avevano stabilito la supremazia del Cristianesimo (omoisiano: padre, figlio e spirito santo della stessa sostanza) sul Paganesimo, anzi la pratica del secondo veniva condannata, in certi casi, persino con la pena di morte. L’imperatore Teodosio I, di nobile famiglia cristiana e spagnola, era determinato a far rispettare un principio, quello cristiano appunto, che gli dava maggior sicurezza di governo in un momento difficile per la tenuta dell’impero romano. Tutto ciò è provato dalla decisione di Teodosio di creare degli alleati affidabili inventando la figura del vescovo, un po’ come il re persiano Dario I con i satrapi.

I vescovi nominalmente governavano terre per conto dell’imperatore. Quest’ultimo non aveva certo intenzione di mettersi al servizio delle sue creature, ma le circostanze ingarbugliate dell’impero – con Parti e Goti in ebollizione – favorirono la chiesa, dimostratasi capace di mantenere l’ordine pubblico, a prezzo di crimini reciproci con gli eretici. L’eresia maggiore, messa a posto quella di Ario, riguardava i pagani, per nulla rassegnati a perdere potere.

Entro quest’ambito, si manifesta la tragedia di Ipazia (nata fra l’anno 350 e 370, sicuramente morta nell’anno 415), figlia di Teone, filosofo e matematico, titolare di una scuola. Ipazia seguì le orme del padre, aggiungendo astronomia, geometria e chiarendo la posizione del pensiero di Plotino. L’allievo forse prediletto di Ipazia, Sileno, riferisce che la scuola di Alessandria aveva carattere speculativo, non era la cassa di risonanza delle conoscenze del tempo. Ad esempio, Sileno afferma che le teorie di Claudio Tolomeo (che verranno prese alla lettera nel Medioevo), astrologo, astronomo e geografo del II secolo, erano in discussione. Raccomandazione della scuola era di approfondire le indagini, non accontentarsi dei risultati.

Ipazia aveva grande successo nella comunità greca, ma anche presso gli intellettuali desiderosi di sapere. Sicuramente aveva meno successo il vescovo Cirillo (poi santo) che aveva fretta di dare un certo ordine alla città, non tanto nel nome dell’imperatore, quanto per il trionfo della chiesa cristiana. Cirillo sognava un regno di Cristo e mostrava intransigenza verso i riottosi, escludendo qualunque contatto dialettico con loro. Egli aveva ragione a prescindere: lo dicevano gli apostoli, lo ripeteva la grande madre chiesa e addirittura lo ratificava Teodosio il Grande con tanto di editti. Inutile resistere. Cirillo, da buon padre (un’auto-elezione presuntuosa, ovviamente), voleva aiutare tutti a trovare la retta via.

Il prefetto Oreste era contro i propositi del vescovo. Non disponeva di grandi argomenti, avendo contro lo stesso suo capo. Ma quest’ultimo teneva buoni i vescovi soprattutto per un calcolo politico: nella sostanza egli non voleva subire il potere vescovile. Per questo Oreste resisteva alle pressioni di Cirillo, per questo tollerava la scuola di Alessandria e anzi se ne serviva.

A quanto pare, Cirillo alla fine si avvalse dello zelo dei Parabolani (“coloro che rischiano la vita”, religiosi che si prendevano cura dei malati, specie degli appestati, e badavano a seppellire i morti) per rimuovere lo scandalo del libero pensiero al quale Ipazia sembrava morbosamente attaccata. Il diacono Pietro organizzò il delitto: le tesero un agguato, la catturarono, la spogliarono, la lapidarono e ne smembrarono il corpo. I resti furono bruciati. I cristiani conquistarono Alessandria. L’episodio di Ipazia ha delle spiegazioni storiche che tuttavia non devono essere scambiate per giustificazioni. La chiesa cristiana di Alessandria era ancora giovane e inesperta, ma non certo inesperta di sete di potere. È vero, i pagani avevano perseguitato i cristiani per secoli, ma certe iniziative cristiane non sono accettabili perché il Vangelo aveva ben altro tenore civile di qualunque testo pagano. La coerenza avrebbe dovuto impedire brutalità, altrimenti non si vede quale differenza passi fra Nerone e Cirillo d’Alessandria. Il fatto è che molto personale cristiano non era per niente all’altezza della missione da compiere e che certe nomine venivano fatte esclusivamente per ragioni pratiche.

Tutto ciò spiega il motivo per cui una personalità come quella di Ipazia non fu per niente toccata dalle litanie cristiane. E spiega come mai la studiosa non subodorò il pericolo. Lei, che accettava pagani e cristiani nella sua scuola, viveva in una specie di oasi nella quale si coltivavano i semi della conoscenza. Tutto il contrario di una chiesa che aveva già seppellito il Vangelo. Cirillo uscì trionfante da questo delitto. Ne era stato il mandante? Magari in modo involontario? Certo i Parabolani, o comunque dei fanatici, trovarono lo spunto per agire, ossia fu loro dato con tanto di sollecitazioni, altrimenti lo strazio non sarebbe stato così clamoroso. Ipazia fu una martire del libero pensiero senza rendersene conto. Essendo per lei il pensiero libero, non era tenuta a farsi domande. Morì ignara di certa stupidità umana. È diventata un riferimento essenziale per la crescita intellettuale laica.  

 

Dario Lodi 

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