Allen Jones – Aphrodite on the Catwalk (Reprint)

 

di Ivan Quaroni

Con Allen Jones

Ivan Quaroni e Allen Jones alla Mostra da Lorenzelli Arte, Milano

Esistono due aspetti del lavoro di Allen Jones, due anime complementari, entrambe necessarie, entrambe importanti, attraverso le quali è possibile leggere la sua opera. Il primo aspetto è quello “pop”, che i media, obbedendo alle tipiche esigenze di semplificazione di una comunicazione rapida ed efficace, amano divulgare. L’altro aspetto, forse meno eclatante, ma senza dubbio più pregnante per gli addetti ai lavori, è quello “concettuale”, che attiene, più che ai contenuti iconografici, al linguaggio pittorico, insomma all’aspetto formale che, fin dai primi anni Sessanta, caratterizza la sua indagine. Il primo aspetto può essere esemplificato con le notizie che più frequentemente vengono trasmesse da giornali, riviste, televisioni. Allen Jones nasce nel 1937 a Southampton, nel sud dell’Inghilterra, e studia pittura e litografia dal 1955 al 1959 all’Horsney College of Art di Londra per poi passare al Royal College of Art dal quale sarà espulso nel 1960 per intemperanza. Qui, suoi compagni di studio sono David Hockney, R. B. Kitaj, Patrick Caufield, Peter Phillips e Derek Boshier, un gruppo di artisti destinato a lasciare una profonda impressione nell’arte inglese grazie all’utilizzo di nuovi materiali e all’introduzione di temi e figure desunte dalla cultura popolare urbana.

Allen-Jones-Three-Part-Invention-2002-Court-Lorenzelli-Arte-1

Allen Jones, Three-Part-Invention, 2002. Courtesy Lorenzelli Arte

Sono gli anni della Swinging London e Allen Jones, manifesta dal 1963 in avanti una preferenza per soggetti legati al mondo del glamour e della moda, in particolare indaga ossessivamente un’iconografia femminile caratterizzata da forti implicazioni erotiche e feticistiche. Legge Nietzsche, Freud e Jung ed è evidente che il suo interesse per questo tipo d’immaginario è filtrato dalla visione di questi autori. L’attenzione feticistica per l’anatomia e l’abbigliamento femminile, presente in dipinti come Perfect match (1966-67) e Gonna pieghettata (1965) culminerà, anche sul piano della popolarità massmediatica, in sculture che trasformano l’immagine muliebre in complementi d’arredo come tavoli, attaccapanni e sedie. Siamo nel 1969. Si dirà, in seguito, che Kubrick rimane affascinato da queste sculture pericolose e impudenti, tanto da ispirarsene per la famosa scena del Korova Milkbar in Arancia Meccanica. Fin qui è storia. Ai media piace questa parte della biografia di Allen, perché ha un’aura leggendaria. Intendiamoci, si tratta della pura e semplice verità, ma anche di una visione parziale del suo operato. Si sa, il vintage esercita un notevole fascino nella cultura di massa contemporanea.

Altrettanto interessante e soprattutto sorprendente è, invece, osservare l’Allen Jones pittore concettuale e colto conoscitore della storia dell’arte, che coesiste con l’Allen Jones artista pop di fama mondiale. Anche qui, proviamo a sintetizzare alcuni punti salienti della sua biografia.  All’Horsney College il metodo d’insegnamento è basato sul Pädagogisches Skizzenbuch di Paul Klee, uno scritto del 1924 che è una sorta di raccolta di materiale didattico sulla pittura ad uso degli studenti.  Sono, questi, anni di studio, ma anche di viaggi. Nel 1958 a Parigi Jones rimane folgorato dai dipinti di Delaunay, da cui sembra apprendere una lezione cromatica che in seguito verrà rafforzata dall’approfondimento dell’opera di Matisse. Nel 1959 ha anche occasione di vedere le opere di Fernand Leger a Biot, dove ora sorge il museo a lui dedicato. Queste brevi coordinate biografiche ci suggeriscono che il background dell’artista è fortemente influenzato dal clima delle avanguardie europee. Ai nomi citati si possono aggiungere Kandinskij e, naturalmente, Picasso. Come ha giustamente scritto Franco Basile: “Influenzato dai grandi delle avanguardie storiche europee, Jones non ha potuto eludere il senso di una concettualità portatrice di memorie e sogni”[1].

No hands, 2009. Courtesy Lorenzelli Arte

No hands, 2009. Courtesy Lorenzelli Arte

La cultura di Allen Jones è insomma europea ed è proprio questo l’elemento di maggior distinzione tra la sua opera e quella di gran parte dei pop artisti americani. Infatti, anche se tra le sue fonti d’ispirazione, si possono elencare le fotografie di riviste come “Playboy” ed “Exquire”, illustrazioni e pubblicità dei magazine di moda e perfino le tavole di fumetti erotici come “Exotique” e “Nutrix”, insomma tutto il materiale che compendia la mitologia erotica della cultura popolare metropolitana, è evidente che Allen Jones non è Mel Ramos. Intendo dire che, nonostante l’affinità nella scelta di soggetti legati all’aspetto erotico della bellezza femminile, l’approccio di Allen Jones reca i segni di una cultura artistica che attribuisce una grande importanza all’aspetto linguistico e formale della pittura. I temi che l’artista indaga, anche oggi, attraverso un processo di ossessiva reiterazione di certi soggetti, dalle pin up alle modelle, dalle ballerine agli androgini, fino alle coppie di amanti, diventano il pretesto per sorprendenti asserzioni pittoriche, che appaiono davvero lontane dall’ortodossia pop. D’altra parte, la produzione di Allen Jones dal 1960 al 1964 è caratterizzata da composizioni vivaci che tendono all’astrazione, come nel caso di The Battle of Hastings del 1961-62 e di Something like sisters del 1962.

Expo_Allen_Jones_at_Lorenzelli_Arte_3_59001

Mostra di Allen Jones da Lorenzelli Arte

I dipinti selezionati per la mostra alla galleria Lorenzelli Arte sembrano rilevare programmaticamente l’allure europea della pittura di Jones. C’è, in particolare, un acquarello del 1973, intitolato O.T., dove le tinte, stese con apparente noncuranza, quasi fossero prove di colore, rimandano a certe nuance della tavolozza di Paul Klee. Si tratta di una reminescenza che svanisce non appena lo sguardo si dirige verso l’evanescente anatomia femminile in corsa, in cui, invece, riscopriamo tutta la levità dell’arte pop. Resta tuttavia indelebile l’impressione di qualcosa di ambiguamente sospeso tra due modelli di pensiero contrastanti, uno rappresentato dalle sperimentazioni europee del Novecento e l’altro che incarna un tipo di approccio radicalmente più scanzonato e popolare. Rispetto ad altre opere recentemente esposte alla Galleria Thomas Levy di Amburgo, dove il riferimento alle avanguardie europee assume la forma della citazione, come nel caso di Mirror Mirò (2009), Matisse Curtain (2006), Picasso Curtain (2006) e Delaunay Curtain (2009), in cui viene ribadito il tradizionale tema del contrasto tra low and high culture, le opere di questa mostra appaiono meno esplicite, più allusive.  Lo si nota soprattutto negli oli di piccolo formato. In Salute (2009), per esempio, l’uomo con la paglietta in mano, disegnato sulla tela posta dietro la colonna, somiglia a un personaggio della cartellonistica pubblicitaria di Fortunato Depero. La testa d’uomo con i baffi che incombe sulla figura femminile di Age before beauty (2009), invece, evoca non solo lo stile del sopracitato futurista italiano, ma anche quello di Otto Dix. Il clima è novecentesco anche in altre opere. È un’allucinazione o la moltiplicazione di elementi del pianoforte a formare una sorta di scala nel dipinto Play for today (2003) cita, in qualche modo, il famoso Nu descendant l’escalier di Duchamp? Forse è solo suggestione, ma nello stesso quadro il personaggio maschile in basso al centro somiglia proprio al grande artista francese. Potrebbe essere solo una coincidenza, ma stando a Jung, che Allen Jones dovrebbe conoscere bene, le coincidenze non sono altro che accadimenti sincronici. La sincronicità e la simultaneità, tra l’altro, sono argomenti più che pertinenti quando si parla dei dipinti di Allen Jones, in cui talvolta gli episodi la rappresentazione di differenti episodi narrativi tende ad assumere l’aspetto di un’unica, sfaccettata immagine, proprio come nel dipinto Play for today. Anche in questo caso, ci è dato ravvisare l’influsso del Futurismo e del Cubismo e della loro comune tendenza a frazionare l’immagine e il movimento. In un altro dipinto, intitolato Not in the script (2008), gli arti del personaggio maschile sono moltiplicati per suggerire l’idea di movimento, come in Dinamismo di un cane al guinzaglio, (1912) di Giacomo Balla. Inoltre, nello stesso dipinto, il volto della donna, dai lineamenti mirabilmente sintetizzati, rimanda alle volumetrie dell’arte africana, tanto cara alle avanguardie storiche.

IMG_Rosso_77781

Allen Jones – Satie – Cinema, 1989. Courtesy Lorenzelli Arte

Che dire poi delle sculture dipinte simili a silhouette ritagliate nella carta e poi squadernate? Non hanno un’aria novecentesca, la stessa che ritroviamo nel piccolo acquarello del 1989 intitolato Satie-Cinema, in cui sembra rivivere lo spirito dei bozzetti di moda di Sonia Delaunay? L’imprinting europeo della cultura di Allen Jones si affianca, insomma, allo spirito pop che continua ad aleggiare nelle sue opere attraverso soggetti prosaici, legati all’immaginario della vita urbana. “Non so se quello che faccio oggi sia ancora Pop Art”, ha dichiarato in una recente intervista, “Ormai del gruppo di ragazzi che eravamo siamo rimasti vivi in pochi. A parte questo, direi che la Pop Art si è evoluta con noi e si è trasformata in qualcosa d’altro”[2].

IMG_1679_43081

Mostra di Allen Jones da Lorenzelli Arte

Certo è, che un lavoro come Invitation Only (2009), già esposto alla Tate Britain in occasione del settantesimo compleanno dell’artista, contiene molti elementi legati all’immaginario mass-mediatico urbano, come il mondo glamour della moda e dello show business. Opera centrale della mostra, con i suoi cinque metri e mezzo di lunghezza, Invitation Only rappresenta una lunga passerella che si snoda lungo tre tele di dimensioni crescenti. I corpi statuari delle modelle, cui fa da eco quello della scultura Waiting on the table del 1987, sospeso tra l’elegante incedere di una divinità egizia e l’algida sensualità di un’eroina cyberpunk, sono quanto di più affascinante e suadente. Eppure non sono tanto i soggetti, ma piuttosto le contrastanti campiture di colore a rendere tutta la scena più scintillante e vibrante, come il flash elettrico delle macchine fotografiche dei giornalisti che assistono alla sfilata. Avvicinandosi alla tela si può vedere la qualità del segno, la precisione e la sicurezza del gesto che rendono impareggiabile la sua tecnica. Allen Jones è senza dubbio un artista pop, comunicativo e immediato, ma è anche e soprattutto un grande pittore, disciplinato, sicuro ed abile al punto da dirigere l’attenzione del pubblico verso i contenuti. Una qualità che davvero pochi artisti pop possiedono. D’altra parte, è sufficiente osservare No hands, per capire che la definizione di artista pop è oramai inadeguata quanto obsoleta. In questo piccolo gioiello di maestria le luci della ribalta della cosiddetta Pop life si affievoliscono e lasciano il campo ad una visione più poetica e introspettiva del rutilante mondo dello spettacolo.


[1] Franco Basile, Il mito col silicone, in ALLEN JONES, catalogo della mostra omonima realizzata al Palazzo dei Sette di Orvieto su progetto di Maggiore Eventi d’Arte, Bologna, nel 2002.

[2] Francesca Amé, “Torno a Milano dove portammo la PopArt”, IL GIORNALE, lunedì 22 febbraio 2010, p. 46.

Informazioni su 'Ivan Quaroni'