the WOLF e NEBRASKA /// ma c’è un’ALTRA AMERICA

NEBRASKA

di Pino Farinotti (Mymovies, 2 febbraio)| The wolf of Wall Street e Nebraska rappresentano due visioni opposte dell’America contemporanea, anche se “Wolf/DiCaprio opera negli anni novanta. Ho già scritto di quel film: “di droga, orge, bisogno parossistico di denaro e di successo, il tutto completamente avulso da ogni senso morale. Una dichiarazione interessante, magari strumentale, la pronuncia “the Wolf/Leonardo: ‘non capisco come ci si possa divertire se non si è strafatti’. E poi scene di sesso, anche collettive, nudi integrali maschili e femminili, cosce, natiche, seni, “cespugli” che passano continuamente, episodi reiterati, dunque superflui. E poi amplessi che si fermano a un millimetro dall’hard.  E ancora cocaina, pillole peggiori e più evolute, strisce bianche assunte continuamente. Momenti di sballo lunghissimi e invasivi.” E il lusso estremo, Ferrari e Lamborghini, yacht da sessanta metri, cene, quasi intime, da 25mila dollari. E tutto il resto.

E poi l’altra America di “Nebraska”. Dove un vecchio, ai confini dell’alzheimer crede a un annuncio che gli dice di aver vinto un milione di dollari e, accompagnato dal figlio che lo protegge, attraversa gli stati del nord per arrivare a Lincoln, nel Nebraska. Passano Montana,  Wyoming, Dakota del sud, dove i due fanno sosta per vedere il monte Rushmore, quello di Hitchcock, quello dei presidenti. “Non mi piace, non sembra finito” dice il vecchio. E prima di arrivare a destinazione passa quella certa America. Alexander Payne, scrittore e regista, mostra quelle lande in bianco e nero. Tutto è lento e triste: le piccole città con case basse, povere, di legno, i vecchi amici ritrovati quasi tutti al cimitero, e quelli vivi, che ricordano, hanno solo ricordi piccoli e volgari. E la nuova generazione è di obesi annichiliti: le ragazze non riescono a stare nei jeans, i ragazzi sonnecchiano sdraiati con quelle magliette strette che scoprono l’ombelico, circondati da lattine di birra. Le macchine non sono le Ferrari e Lamborghini, ma giapponesi e coreane a buon mercato. Per il vecchio che rincorre il milione di dollari, e per “The Wolf” con quei i milioni facili, fatti a scapito della collettività, vale la metafora americana di questi anni, la tragedia soffocante della Lehman Brothers, che ha messo in ginocchio l’America e il mondo. Un punto critico e dolente del quale il cinema sembra non poter fare a meno: ricordo la Jasmine di Allen, anche lei oppressa e ingannata dalla falsa ricchezza.

Opposte |Certo sono due istantanee dell’America opposte e poco edificanti. E temo sia l’America assunta dalle ultime generazioni. Io lo posso rilevare dal vivo, frequentando i ragazzi delle Università. Tutto questo mi dispiace. Perché trattasi di istantanee solo recenti e parziali. Perché c’era un tempo in cui l’America era diversa. Prevaleva, per molti versi. E mi piaceva. Spesso, rispetto a certe mie idee e azioni, mi sentivo dire che ero un ingenuo romantico, che da ragazzo avevo visto troppi film americani pieni di eroi. Forse è così. E certo conosco la storia del novecento, e del duemila. So bene dell’evoluzione e della decadenza di quel Paese, che un tempo si poneva come tutore e garante del mondo e adesso ha smarrito gran parte della sua forza e credibilità. Sono ben presenti i grandi errori, la violenza, il Vietnam, le guerre del Golfo, le crisi che sappiamo. La diminuzione del prestigio e dell’incidenza. Ci sta tutto. Ma non accetterei una revisione. E’ un dato che l’America soccorse l’Europa nelle due guerre, e il dato è oggettivo. Sradicò il fascismo e il nazismo, e nel Pacifico, l’imperialismo. Certo, ebbe il suo tornaconto, lo pretese e come. Ma tralascio storia e politica. Parlo di cultura. E così a fronte dei modelli attuali proposti dai film di Scorsese e di Payne mi sembra legittimo un promemoria. Torno indietro nei decenni, a metà del secolo scorso, prima della immane revisione generale che partì dagli anni sessanta. Il promemoria è per i Cinquanta. Il focus è New York. Anticipo l’obiezione: New York non è l’America. E’ vero, però, rispondo, New York è in America.

Ecco cosa c’era |New York anni cinquanta: ecco cosa c’era.

I dolori e le privazioni della guerra erano sorpassati. L’economia faceva balzi in avanti. Tornavano i soldi, le prospettive, la vitalità e le opportunità. E c’era nell’aria una sensazione di ottimismo, e di felicità annunciata. New York era la città d’oro dove le élite si incrociavano con passione, quasi con frenesia. Una culla di leader e di inventori nel commercio, nel sociale, nella geopolitica, nello sport, soprattutto nelle arti e nella cultura. Ogni campo della creatività trovava collocazione, trovava il suo centro. Arti figurative, jazz, musica pop: tutto si evolveva, tutto cambiava, tutto esplodeva. Nei night club si faceva poesia. Beatnik, espressionisti astratti, attori dell’Actor’s Studio, cantanti folk, animatori, critici, ballerini, romanzieri, pubblicitari: un’onda veloce e alta di umanità piena di idee nuove e potenti. New York accoglieva e valorizzava la grande letteratura trasversale americana. Era il decennio di opere classiche come Il vecchio e il mare di Hemingway, La valle dell’Eden di Steinbeck, o di testi che cambiavano stili e modi di vivere, come Il giovane Holden di Salinger, o di indicazioni di poetiche e di esistenze estreme come L’urlo di Ginsberg e On the Road di Kerouac. Niente accadeva di più decisivo nel mondo. La musica sinfonica, l’editoria di qualità, il balletto, riprendevano e si evolvevano per identità, adattandosi all’avanzare di nuovi codici e proposte di architettura moderna, moda e arti decorative. Il teatro si imponeva, quello leggero, coi musical più travolgenti, e quello nobile, con gente come Williams, Miller, Inge. Ricordo, a modello, il 1952, stagione eroica del cinema, con titoli come Luci della ribalta, Un uomo tranquillo, Mezzogiorno di fuoco, La regina d’Africa, Cantando sotto la pioggia, e altri. Era il momento della televisione già adulta –ben prima che da noi-. I network adattavano testi letterari che rappresentavano in diretta. Camminando per Broadway o per il Greenwich Village potevi incontrare giganti di tutte quelle discipline seduti sullo sgabello di un bar, a parlare con gli studenti.

Magari con un po’ di arbitrio e di enfasi mi piace omologare quella New York  ad altri momenti delle città. Senza tornare all’Atene di Platone o alla Roma di Augusto, o alla Firenze dei Medici, certo valgono analogie con la Londra vittoriana,  la Vienna fin de siècle, con Weimar o con la Parigi degli anni venti. Ma senza quelle divisioni di classi, che non è un dettaglio.

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