SORRENTINO, la sua GIOVINEZZA //// di Pino FARINOTTI

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Youth – La giovinezza è al centro del cinema. È un film di qualità, non c’è dubbio. Premesso che Sorrentino è un talento superdotato, dell’estetica, dell’immagine e della fantasia; premesso che è una fortuna che esista; premesso che ha dato uno scossone al triste movimento del cinema italiano; premesso che il suo Youth è stato acquistato in ottanta paesi ed è in testa al box office: spero che in futuro il regista napoletano aggiusti la sua cifra e che il suo nome, nel tempo lungo, possa entrare nel cartello dove spiccano quelli dei Fellini, De Sica, Visconti, Rossellini eccetera. Per ora quel cartello, ancora non lo accoglie. Un’altra premessa è il mio disagio per ciò che Sorrentino potrebbe essere e non è. Siamo ancora alle potenzialità, però ormai i film ci sono stati, così come le possibilità di evoluzione e progresso, magari di aggiustamento e revisione. Intendo essere severo, diciamo che si tratta di eccesso di severità strumentale. Per rilanciare la tesi. Come è legittimo esserlo verso un soggetto dotato, che però non tiene testa al privilegio. This Must Be the Place era una bella scatola colorata con dentro coriandoli leggeri; La grande bellezza una collana di pietre pregiate senza il filo che la tenesse insieme. Concetti che si applicano a Youth, che invece, in virtù dell’evoluzione detta sopra, avrebbe potuto progredire, liberarsi di alcune zavorre, sfavillanti ma zavorre. Sorrentino intende sempre stupire, ma ci sta se sei un artista: fra Kubrick e Fellini era una rincorsa a stupire. Ma poi devi tener d’occhio la sostanza.

Non è difficile, fra le molte, azzeccare una battuta a effetto speciale, difficile è tenere gli equilibri, difficile è, se firmi un impegno forte, alla fine pagarlo. In virtù della sua straordinaria attitudine estetica, spettacolare, onirica, coinvolgente, Sorrentino finisce per perdersi, per trascurare la sostanza e la soluzione. E a chi guarda il film – certo, a chi lo sa guardare- più volte durante il racconto rimane il senso di una bella premessa che poi va a sciogliersi. Il rapporto fra i due vecchi protagonisti, un direttore d’orchestra e un regista che hanno avuto successo nel lavoro e disastri nel privato, è corretto e tiene. Ed è perfettamente naturale con due attori come Caine e Keitel. Vivono i rapporti interni, amico-amico, genitori e figli e una moglie di Caine misteriosa e assente. Si compongono i reciproci ricordi di una vita, felici e tragici. Una vita passata, quasi del tutto. E questa fase è “normalmente” funzionale, non ci sono effetti speciali. Ma poi il regista non resiste alle connessioni, estetiche, surreali: un santone buddista che levita, i ricchi degenti lenti e metafisici, finiti e misteriosi, e immobili nell’acqua, Hitler che avanza nei panni di un giovane attore, il regista Keitel che rivede, minacciose, sognate, le donne che hanno popolato i suoi film e che, verosimilmente lo odiano. Lo sceneggiatore (unico) Sorrentino è sempre intento alle suggestioni, i soliti effetti speciali. Suggestivi, appunto, e superflui. Siamo, da tempo, nell’era del togliere. Il regista non lo ha capito. E non va bene se continui a buttar lì delle provocazioni senza soluzione di continuità e non le spieghi fino in fondo, ma aspetti che se le spieghi lo spettatore. È una posizione culturalmente aristocratica e comoda. E il sospetto è che l’autore non arrivi in fondo perché non se n’è accorto. E che lasci a chi vede il film sciogliere un nodo che lui non riesce a sciogliere e ricorra a quei momenti di apparenza-non-di-sostanza come si ricorre a un trucco, certo di classe. Nel film è presente un calciatore ultraobeso distrutto, costretto a muoversi con l’ossigeno. È chiaramente un richiamo a Maradona.

Ebbene il rimando è quasi automatico: Sorrentino può essere un giocatore talentuoso, un giocoliere che dribbla con eleganza, tratta la palla con piedi sontuosi, ma poi non tira in porta e l’ultimo passaggio non viene compreso dal compagno. E poi le ispirazioni: Sorrentino si rifà chiaramente a certi modelli. Tanto chiaramente che non lo nasconde. Chiamiamole citazioni consapevoli e dichiarate, ma sempre di “imitazioni” trattasi. I nomi si conoscono: Greenway, Anderson, i Coen, naturalmente Fellini. Sarebbe opportuno che, nel tempo, quegli autori si facessero sempre più rarefatti, magari sparissero. Altrimenti ci sarà sempre qualcuno che dirà che l’Oscar alla Grande bellezza non è il primo di Sorrentino ma il sesto di Fellini. Il grande nodo, ed è un concetto da me più volte espresso, sta nella scrittura. Sono pochissimi, nella storia, i registi autosufficienti in quel senso. Quasi sempre un cineasta proviene da una cultura dell’immagine. Se vuoi dettare grandi temi, se vuoi cambiare il mondo, non basta. Lo insegnano i giganti che ho citato. C’era chi scriveva per loro. Le firme a fianco del cineasta erano quelle di Guerra e Flaiano, Suso D’amico, Zavattini, Sonego, De Concini, Age e Scarpelli, Cerami, e non molti altri. Gente di scrittura vera e profonda, che ti metteva al riparo dagli eccessi, dalla suggestione degli effetti speciali, dai trucchi dell’estetica, dal cinema per il cinema, e che sapeva indicarti il grande tema, per la ricerca e magari per la soluzione. Sorrentino fa tutto da solo e così non avanza, rimane “quello che forse, fra qualche film…”. E qui inserisco l’Oscar. I nostri autori, recenti, insigniti di quel riconoscimento (Tornatore, Salvatores, Benigni, lo stesso Sorrentino) sono, quasi sempre, portati a ritenere di essere ormai santificati, e come tali, infallibili ex catedra. La loro reazione, a fronte di critiche e suggerimenti è qualcosa del genere: “ho vinto l’Oscar, non ho niente da imparare, lasciami lavorare ragazzino.” Tutto questo secondo (eccesso di) severità. Ma l’ho scritto sopra: abbiamo un campione potenziale, che diventi reale. Che entri, a pieno diritto nel cartello. (domenica 24 maggio, Mymovies.it, Pino Farinotti).

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SET DEL FILM “LA GIOVINEZZA” DI PAOLO SORRENTINO.
NELLA FOTO MICHAEL CAINE E PAUL DANO.
FOTO DI GIANNI FIORITO

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