dada

DADA

NULLA E TUTTO

 

Nel manifesto del Dadaismo, redatto nel 1918, Tristan Tzara, il padre del movimento stesso creato a Zurigo nel 1916, precisa che “Dada” non significa nulla. Per coerenza, questo “nulla” sarebbe dovuto essere usato anche dai dadaisti, nel senso che non ci sarebbero dovuti essere. Se dico che un pensiero non vale niente, non è niente, logica ne consegue che dovrei smettere immediatamente di pensare. Non fu così per Tristan Tzara e per i suoi amici intellettuali, le cui operazioni culturali appaiono intrise di goliardia, magari anche buona.

Questi intellettuali piccolo-borghesi presero la decisione di fondare un movimento culturale nuovo nel pieno della Prima guerra mondiale, assumendo un atteggiamento molto distaccato, snob, nei confronti del tristissimo spettacolo delle trincee e degli assalti scriteriati, colpa di comandanti senza testa e senza cuore. L’idea “Dada” era di contestare il vecchio mondo, di ridicolizzarlo. La guerra era un motivo in più per portare avanti la contestazione, per rapidizzarla e indirizzarla verso la più ampia derisione del sistemq. 

Il sistema che aveva portato l’Europa alla guerra, era figlio della rivoluzione industriale, tumultuosa nell’Ottocento e ormai inarrestabile. Era la rivoluzione industriale a creare crisi  su crisi per sovrapproduzioni. Alla fine del secolo XIX, l’euforia della “Belle Epoque” fu contrastata da una grave crisi bancaria, la prima causata dalla rivoluzione industriale, alla quale, con molta ingegneria economica, si riuscì a  far  fronte.  Ma  le  magagne  del  sistema  furono  solo  camuffate.  Esse  esplosero  agli  inizi  del  secolo successivo e fu il disastro per l’intera civiltà europea (il disastro si concreterà nella Seconda guerra mondiale).

Il Dadaismo sorge con intenti provocatori. Esso punta il dito contro i riti culturali del sistema e contro l’intero impianto materialistico – ossia solo materialistico – ben sostenuto dalla Chiesa. Si pensi solo, per tornare alla Grande Guerra, alla benedizione delle armi. Si pensi all’appoggio ecclesiastico dato al colonialismo. È vero che il sistema ha emarginato la religione, ma è anche vero che essa si è lasciata emarginare, vivacchiando ai margini del sistema stesso, salvo elevare morale ex cathedra, facendo poco o nulla per renderla attiva.

La goliardia del Dadaismo, che in tutto dura circa quattro anni e svanirà in vari rivoli artistici (a esso s’ispirerà il Surrealismo, ad esempio), rende nebulosa la protesta e fisica la ribellione, per quanto il fenomeno non sia stato privo di parole e di proclami. Se teniamo conto del risentimento morale verso lo strapotere  industriale,  dovremo  considerare  che  tale  risentimento  è  prodotto  dello  spirito,  ossia dell’animus profondo dell’uomo, e quindi dovremo fissare la nostra attenzione sulla dote sentimentale dell’umanità, dote che per ragioni storiche si è confusa – ed è stata in buona parte gestita – dalla religione. Il Dadaismo, in fin dei conti, se la prende con la religione che non è stata capace di gestire la dote sentimentale a dovere. La Chiesa è un pilastro del sistema che Tzara e soci vogliono demolire a suon di sarcasmo. Questo sarcasmo ha il sapore della delusione per un sistema che non funziona, ossia funziona male, per colpa della religione che non è stata capace di imporsi sopra l’utilitarismo.

A questo punto, con le sue azioni blasfeme, il Dadaismo rinnega il sistema, ovvero rinnega il principio religioso  che  ne  è  una  costola,  con  la  conseguenza  ultima,  di  natura  psicologica,  che  fa  supporre  il movimento un fenomeno di carattere ateistico. Cioè il Dada non crede nel sistema che si porta appresso la divinità, rispettandola come riferimento arcaico, e dunque non crede in Dio: così crolla l’intero impianto tradizionale.

Naturalmente è un’equazione che ha qualcosa di forzato, ma che pure si rivela attendibile se si considera il livore fisico dei dadaisti, la loro rabbiosa irrisione delle convenzioni fossilizzate, la loro denuncia dei comportamenti irrazionali, vale a dire non corrispondenti alla razionalità che ci si aspetta dal progresso civile e culturale (due cose, civiltà e cultura, legate al sentimento). La razionalità dominante era (e lo è tuttora) di tipo solo utilitaristico. Come si sia formata si sa, se si vuole. Si sa se si abbandona la supponen za e si esaminano i fenomeni storici. Solo analizzandoli e conoscendoli si può spuntare il sistema e magari procedere a qualche innesto più interessante.

Nella realtà, i dadaisti sono muscolari, sono superficiali. Contano sul loro intelletto e anzi lo eleggono protagonista unico delle cose. In questo senso sono atei. Lo sono per quanto riguarda il vecchio non credere. Hanno tentazioni nichiliste, ma il loro nichilismo è quello classico. La novità, portata dall’industrialismo, è un’altra: i dadaisti non si ribellano a tutto, bensì a ciò che hanno sotto gli occhi, intanto pensano a come sostituire il vecchio mondo con i loro interventi taumaturgici, sciamanici.

Quando Marcel Duchamp, il rappresentante artistico per eccellenza del Dada, fa i baffi alla Gioconda, ebbene è  come se  comminasse  punizioni  senza  processo.  Non  è  difficile  dire  male di  qualcuno  o  di qualcosa, difficile è argomentarci sopra. Sovente manca il rispetto per le dinamiche che hanno favorito la nascita di un fenomeno e quindi si cade nella condanna a pelle.

Duchamp (così come il teatro dadaista, si ricordino le rappresentazioni relative al Cabaret Voltaire di Zurigo) fece ben di peggio dei famosi baffi, si sa, ma infine l’arte ebbe la sua rivincita, scoprendo il bel Marcel intento a perdersi in labirinti intellettuali, avendo come ipotetica uscita un guazzabuglio (per certi versi interessante, su un piano freudiano) di pensieri complicati e di abbandoni semi-estatici in un onirismo disperso chissà dove, certo nella propria presunzione.

Il Dadaismo finì presto. Crollò su se stesso. Generò suggestioni, stimoli per altro. Ribadì il protagonismo umano senza riuscire a stabilirne il valore. Il personaggio Dada si sostituì alle antiche divinità, divenne un dio laico. Contribuì non poco a far riflettere sull’errore della sostituzione. Non di divinità ha bisogno l’uomo, ma di se stesso, della propria coscienza. Ha bisogno di capire interamente il proprio essere e il suo essere nel mondo. L’uomo non può pretendere di mettere il mare in un bicchiere, ma deve nuotarci dentro, insieme ai pesci, per comprendere la realtà e capire il vantaggio di convivere con il tutto.

 

Dario Lodi

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