Luci, ombre ed installazioni a "perdita d'occhio" per la seconda edizione della Biennale del Salento

Si è aperta sabato, presso il Castello Carlo V di Lecce, la seconda edizione della Biennale del Salento a cura del Gruppo Tracce
Dopo un’attesa condita da sfizioso finger-food e nelle orecchie Tiziano Ferro, si inaugura finalmente l’evento mondano della settimana con una performance di Vittorio Tapparini (Luci e ombre. Opera in movimento) che, dai decibel scaturiti dal battito di mani degli astanti, non sembra aver suscitato grande clamore. Ci si è un po’ commossi per il riaffiorare di un ricordo d’infanzia, di quando da bambini si giocava a disegnare le sagome delle ombre sul muro, arrivando a delineare persino l’intero profilo di un fratellino o di un cuginetto. Di fronte ad artisti geniali come Kumi Yamashita, Paul Chan o Christian Boltanski - la cui cifra stilistica si fonda proprio sull’uso delle ombre - ci si sarebbe aspettati un po’ di più di una danza primitiva e qualche sagoma (neanche tanto precisa) disegnata su un telo bianco. Ma tant’è che dopo qualche minuto, la performance termina e l’ingresso al piano superiore si spalanca, per far godere del resto della rassegna d’arte.
Il primo impatto dell’ala sinistra è con fotografia ed installazione. Nel centro della sala, Le luci spente della città, un piccolo cubo di “marciapiede artificiale” che si leva (pericolosamente) dal pavimento, mentre mani di plastica con piccole prese d’aria sulle dita, si agganciano ad una grata; a cornice dell’installazione di Claudio Di Lorenzo tre fotografi: il sosia artistico di Steve Mc Curry, che fa anche tanto inserto primavera/estate di “Vanity Fair”; il fotografo di nozze che si scopre essere sponsor di sé stesso e Mauro Arnesano che su tre scatti, ne propone due di particolare interesse: una netta dicotomia tra immanenza e trascendenza. Una foto dal profilo dinamico, allo stesso tempo netto ed agitato, ricca di eloquenti suggestioni che lasciano riflettere su passato e presente, stabilità e transito, concretezza ed astrazione; ed una seconda immagine che ricorda molto certe prime sperimentazioni fotografiche di sovrapposizione, un po’ Daguerre, un po’ Talbot, fino a giungere al paesaggio d’impressione ed agli esperimenti futuristi; un’immagine moderna, fortemente stimolante.
Si passa poi alle forti immagini di Maurizio Sacquegno, che ritrae donne violate ed abusate, che nonostante la brutalità subita, riescono a sostenersi, a soccorrersi ed a ricordarsi che l’orrore della violenza le lega, le connette ed è in grado – allo stesso tempo – di renderle l’una supporto dell’altra. Volti, corpi e mani che danno forma ad un tema crudo ma anche solidamente compreso e compiuto dall’artista, che riporta finalmente l’arte sul piano della denuncia sociale, allontanandola del mero decorativismo o dalla frivola raffigurazione esornativa.
Nelle sale successive, la Biennale del Salento porta in scena un po’ di revival: un Basquiat nostrano, un po’ di arte cinetica, un Giuseppe Penone in difesa degli animali e nature morte neo-elleniche, in un turbinìo di stili, colori e variazioni periodiche dal sapore stantìo dei residuati storico-artistici.
Nell’ala destra, accolgono i visitatori sculture ed installazioni, che passano dall’elogio della taranta, ad un billiano Endless Torsion con disturbi alimentari, sino al megalitico cubo trainato da un sostegno antropomorfo che ricorda gli scheletri della cartapesta, all’ingresso delle botteghe leccesi.
A prosecuzione, meduse e piante (apparentemente!) carnivore, creano un mondo parallelo, quasi post-atomico a cui si legano pesci neri in banco che nuotano tra cielo e mare. A conclusione della mostra, una splendida e poetica installazione di Giuseppe ZilliLiora - che con la delicatezza che lo contraddistingue, rievoca presagi di morte e ricordi di guerra, utilizzando simbologie ed emblemi religiosi che, con morbido pathos, conducono verso un’attenta lettura dell’opera, senza eccessi né fronzoli figurali e con essenziale significazione drammatica.
Nel complesso si è trattato di una rassegna localmente interessante che ha coinvolto diverse realtà territoriali, nonostante ritenga che la definizione di “internazionale” risulti eccessivamente ambiziosa per una mostra che ha visto prendere parte artisti per lo più salentini, tranne qualche eccezione legata alla Romania o alla Gran Bretagna, sebbene si tratti comunque di artisti ormai da anni residenti in Puglia o comunque in Italia.
Una nota a parte per il catalogo che notoriamente, è parte integrante di una mostra e come ogni mostra, abbisogna di un professionista che ne curi testi, immagini ed editing.
La dimensione discontinua dei caratteri come pure lo stile di scrittura ed i ringraziamenti a mariti e parenti o i saluti goliardici agli amici - come si trattasse di un messaggio scorrevole da videoclip - difettano di seriosità e prestigio. Inoltre la totale assenza di un testo critico inficia la solennità dell’evento, riportandolo sul piano del provincialismo e dell’esposizione domestica. Sarebbe stato pertanto auspicabile il supporto di un critico/curatore in grado di occuparsi di questi come di altri aspetti tecnici che, non a caso, necessitano di professionalità specifiche.
 
 
Biennale del Salento
II Rassegna internazionale di arte contemporanea
17 giugno-17 luglio 2012
Castello Carlo V
Orari: 09.30-13.00/16.00-21.30
 
 
 

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