il RITORNO DI GATSBY //// I PUNTATA di Pino Farinotti

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In attesa della pubblicazione del libro de il Ritorno di Gatsby di Pino Farinotti (Newton Compton editori), ecco la prima puntata pubblicata su Mymovies.it il 27 giugno 2013.

Scott Fitzgerald era innamorato di Jay Gatsby. Diceva che “ucciderlo” era stato uno dei più grandi dolori della sua vita. Così scrisse un altro finale del romanzo, dove Gatsby sopravvive. MYmovies.it è venuto in possesso dell’inedito e lo offre in esclusiva ai suoi lettori. È molto di più che uno scoop. È un evento. Ogni giovedì ne verrà pubblicata una puntata.

George Wilson sparò a Jay Gatsby il 9 maggio. Io sentii gli spari mentre mi preparavo un caffè, in cucina. Era da quella finestra che avevo la visione, quasi completa, della grande casa. Lasciai tutto e corsi.
Jay era supino sul bordo della piscina, il suo maggiordomo lo stava coprendo con una vestaglia bianca. Quando gli arrivai davanti la macchia rossa era già larga. Dissi:
«Vada a chiamare l’ambulanza, presto.»
«Ma il signore … è vivo?»
«Sì, è vivo. Corra.»
La mia era una speranza. L’impulso fu di sollevare la stoffa per verificare. Non lo feci, la macchia era ormai totale. Il volto di Gatsby era normale, i capelli bagnati, gli occhi chiusi senza dramma.
«Jay» dissi «Jay.»
Niente. In guerra avevo visto morire, ero al corrente delle ferite e del confine nel quale ce la puoi fare. Il mio amico era vivo, ma sarebbe morto. E così, quando arrivò l’ambulanza arrivò lenta, anch’io ero lento e rassegnato, come gli infermieri e gli addetti, che guardavano, più che agire. Jay venne caricato e l’ambulanza partì, le gomme scivolarono lente sulla ghiaia candida. Camminando verso l’uscita, vidi tre uomini, poliziotti, che consideravano un corpo a terra. Mi avvicinai. Uno dei poliziotti mi venne incontro e mi disse che dovevo allontanarmi. Dissi che ero un amico di famiglia, indicai il corpo sull’erba e chiesi.
«Chi è?»
L’uomo guardò quello che doveva essere il capo, che fece un cenno positivo.
«È George Wilson, il marito della donna morta. Ha sparato a Gatsby, poi si è ucciso.»
E l’olocausto fu completo.

Quando si seppe della speranza, esile, impossibile, che Gatsby si salvasse, io sorrisi. Sapevo che si sarebbe salvato, perché le regole umane e vitali di Gatsby non erano le regole di tutti. Cercai di andarlo a trovare ma intorno a lui era stato teso un cordone sanitario insuperabile. Ma Gatsby non passava inosservato e le voci si spargevano, diverse e con la solita cifra di mistero che da sempre lo riguardava. Verso la fine di maggio emerse qualcosa che andava in una direzione: Gatsby non era più in clinica, non era a New York, non era in America. Altro mistero dunque. Ma una notizia certa, univoca c’era: Gatsby era vivo.
E un giorno di inizio giugno ricevetti una lettera.

“Caro Nick, comincio col chiederti scusa del silenzio. Sei stato l’unico cui stavo davvero a cuore, a cercare di farmi capire, a sostenermi in questa vicenda pesante e triste. Credo che qualche informazione, indiretta, ti sia giunta. Ero dato per morto. Ma la fortuna mi è stata al fianco, com’era successo in guerra. Una pallottola che si ferma a un millimetro dal punto letale. L’incoscienza è durata molto, al risveglio ho compreso che sarei sopravvissuto, ma ho anche compreso che da parte lesa ero diventato un indagato. C’è quella nuova organizzazione di polizia federale che intende accreditarsi, ed è molto diligente. Si sono interessati più al mio passato che al mio presente. Ma potevo contare ancora su ottimi avvocati. Altri dettagli sono inutili. Ne parleremo a voce. Ti prego vieni, non deludermi. Adesso sto bene, sono in Francia. Ti dico, vecchio mio, che West Egg mi manca appena, ma tu mi manchi molto. Ti mando un biglietto del Conte Rosso, è il piroscafo di moda, lo sai. Su quello ho fatto la traversata, sarà un viaggio gradevole. Trovi anche un foglio con date e organizzazione. E allego duemila dollari, per i mancati guadagni e per il disturbo, anche se, ne sono sicuro, questa non è la parola appropriata. Ero dubbioso sul denaro, ma io sono io. Purtroppo non ti ho frequentato abbastanza e non sei riuscito a fare di me un gentiluomo. A Marsiglia troverai qualcuno che ti aspetta e sa quello che deve fare.
Tuo Jay”

La vicenda, la morte sospesa e la scomparsa del mio amico, tutta la gente, e tutti i misteri, la grande caduta e la grande catarsi: se viaggi e sai che incontrerai Gatsby, tutto il resto viene dopo, anche l’Atlantico violato e grandioso. Furono due settimane di scarso sociale, anche se la condizione sarebbe stata favorevole, un micro mondo pieno di ricchi ma che su di me non aveva presa. Ero troppo stanco dei ricchi di Long Island. Fu una traversata di recupero. Ero per lo più solo. “Per lo più” lo devo a un ex generale dell’armata bianca, transfuga della Rivoluzione d’ottobre, che raggiungeva la sua famiglia a Tolone, “strappata ai bolscevichi dopo sei anni di trattative e di rubli distribuiti qua e là.” Era un uomo gradevole e colto, con una sua ossessione reiterata: “avessi avuto la mia armata, solo quella, coi miei veterani, avrei spazzato via quegli straccioni, e la storia sarebbe diversa.”

A Marsiglia, dal ponte guardavo la gente ad accogliere la nave. Tutti salutavano. Ci volle un’ora prima che fosse apprestata la discesa. A terra cercavo con gli occhi un cartello col mio nome, ma non lo lessi fra i molti che uomini attenti e volonterosi mostravano ai passeggeri.
Un uomo mi si pose al fianco.
«Signor Carraway?»
«Sono io.»
«Mi chiamo Gilles Bisi, sono qui da parte del signor Gatz.»
Gatz? Stavo per porre la domanda, ma non lo feci. Il nome tornava. La sillaba finale “by” era parte del corso trionfante, del Gatz ricostruito che avevo conosciuto, un’appendice con quel quanto in più di suono, di differenza e di prestigio. Una sillaba d’arte. Era da Jay.
«Gatz… sì certo, grazie signor Bisi. Il mio bagaglio…»
«Ho già provveduto.»
«E come?»
Altro quesito superfluo. “Aver già provveduto” : anche questo era da Jay.
«Conosco il porto, e conosco Marsiglia.»
Gilles Bisi era un sessantenne che si muoveva come un giovane, capelli candidi e folti, occhi pronti e prudenti di chi intende evitare sorprese, gestualità francese, che conoscevo per la guerra. E parlava un buon inglese.
«Il suo bagaglio è già in macchina signor Carraway. Vuole seguirmi.»
«Dove andiamo?»
«A Beaulieau, signore.»
«È un viaggio lungo.»
«Starà comodo, signore.»
Nella fila di macchine parcheggiate, per lo più francesi, spiccava una Buick gialla, “da Jay”. Gilles mi aprì la portiera posteriore.
«Preferirei stare davanti.»
«Il signor Gatz mi ha dato questa istruzione.»
«E allora» sorrisi «non contrarieremo il signor Gatz.»
Sedetti, stavo per fare la domanda, mi arrivò la risposta. «Il viaggio durerà circa sette ore, signore. Il giornale al suo fianco è di oggi.»
Lo presi, era il Saturday Evening Post, il quotidiano preferito dagli americani in Francia.

Ero certo che la perfetta organizzazione di Gatsby prevedesse, in un viaggio discretamente lungo, il momento delle parole. Tutti i passeggeri parlano coi tassisti. Ed ero anche certo che Jay, geloso di se stesso, preferisse darmi le informazioni direttamente. Ma volli disattendere il suo programma.
«E come sta, il signor Gatz?»
Gilles fu moderatamente sorpreso. Mi sembrava di essere presente alle istruzioni: “se il signor Carraway ti domanda come sto, puoi rispondergli.”
«Sta bene, signore.»
Dopo qualche minuto mi spinsi oltre.
«Gilles, quando ha conosciuto il signor Gatz?»
La risposta non fu immediata, l’uomo valutava la trasgressione e la discrezione. Decise che non c’era niente di male a rispondere.
«Nel diciotto. Il signore era capitano, in seguito lo fecero maggiore. Era il comandante di mio figlio Auguste.»
«Capisco. Sono amicizie che rimangono.»
«Sì, signore.»

Viaggiavamo verso il confine italiano. Il mare si adeguava ai colori del tramonto. La striscia di costa presentava lunghi tratti nudi, con poche case spesso fra alberi alleati, di tanto in tanto indovinavo una costruzione, magari non completata, muri o fondamenta, che rilevano il gusto americano del sud. La nostra ricca colonia sulla conquistabile riviera francese.

La Buick rallentò. Gilles dal retrovisore disse.
«Ci sarebbe uno spuntino, se gradisce?»
«In macchina?»
«Sì, signore. Quella maniglia d’ottone è di un tavolino. Nella piccola dispensa ci sono dei dolci e una bottiglia di Chateau d’Issan.»
«Suppongo sia un preziosissimo vino di queste parti.»
«È un Bordeaux, vino rosso, signore, e va tenuto a temperatura ambiente.»
Quel supporto di stile mi fece sorridere. Mi evocò quella volta che Gatsby aveva invaso il mio giardino e la mia casa con domestici, manovali e giardinieri per apprestare lo scenario per il grande incontro con Daisy. Il restauro di passato che si sarebbe rivelato tragedia. Ricordavo l’invasione di fiori bianchi e quel servizio da tè, dorato e spettacolare. Il “grande Gatsby”, appunto.
Una piccola insegna opportuna apparve poco sotto la strada.
«Ma no, Gilles. Fermiamoci in quella locanda.»
«Se vuole qualcosa di più importante dei dolci, fra non molto c’è l’Hotel des étrangers, siamo quasi a Cannes.»
«Va bene quella locanda Gilles. E mi va bene una birra, di qualsiasi nazionalità.»
«Sì, signore.»

La locanda era gradevole, luce leggera, silenzio padrone, poca gente, tavoli con tovaglie a quadri bianchi e rossi. Due anziani giocavano a scacchi, ignari di tutto. Ci facemmo servire birra salumi e formaggi, Gilles ordinò anche vino rosso. Lo avevo indotto alla piccola trasgressione, accettava l’imprevisto. Libero dal programma, complice il vino, Gilles era aperto e simpatico. Allora mi interessai a lui, significava interessarsi a Jay.
«Gilles…»
«Sì?»
«Chi è lei?»
Stava valutando. Perfezionai:
«In America ho conosciuto alcuni amici di Gastby… di Gatz… non tutti erano persone per bene.»
Sorrise opportunamente.
«No, credo di no.»
Poi scosse il capo.
«Io lo sono. Coltivo le viti. Ho sempre lavorato…»
Annuii incoraggiante.
«Ha qualche affare col signor Gatz?»
«Nessun affare siamo….»
«Siete?»
«Amici, come ha detto lei.»
Depose il bicchiere vuoto scrutò la bottiglia vuota e prese la decisione.
«Auguste… mio figlio morì nella Somme. Era il cinque luglio del sedici… lo ricordo bene. Col capitano erano molti amici. Ne avevano passate tante. Finita la guerra, prima di tornare in America Jimmy Gatz venne a salutarmi a cap d’Antibes. Ci abbracciammo. Piangevamo. Nell’aprile del diciannove venni convocato da un notaio di Nizza. C’erano dei documenti da firmare. Una sola firma. Il maggiore mi aveva regalato la casa di Beaulieu, dove siamo diretti…»
Ancora, ritrovavo Jay. Ti chiama un notaio, qualcuno ti regala una casa. Chi se non Gatsby. Misi una mano sul braccio di Gilles.
«Mi dispiace, mi dispiace davvero per suo figlio.»
«La ringrazio signore… quando il signor Gatz è venuto in Francia mi ha chiesto se potevo ospitarlo. Così fa base da me.»
«Ed è lì adesso?»
«No. Aveva un impegno, a Genova. Ma vedrà, si farà vivo presto.»

La casa di Gilles a Beaulieau era sulla moyenne corniche. Eravamo arrivati di notte. La macchina entrò attraverso un cancello che introduceva alla casa, non grande e non piccola. Nel buio ebbi la percezione di un posto caldo, di bella semplicità. Dopotutto era la casa di Bisi, non di Gatsby. Gilles mi fece strada.
«Le mostro la sua camera, signor Nick.»
La camera era semplice e perfetta, e ancora sorrisi figurandomi il mio amico che esaminava il tutto a mia misura. Mobili di legno antico, letto alto e vasto, luci opportune. Tutto ciò che occorreva: francese, non West Egg. Gilles depose i bagagli e disse.
«Le apro la finestra, dal terrazzo c’è una vista magnifica.»
Mi spogliai e aprii l’armadio. Appesa, elegante, rosso scuro, di seta, era appesa una vestaglia, alla Gastby, quella sì. Uscii in terrazzo a fronte delle luci educate della cittadina là sotto, che si allargava fra il promontorio di Saint Jean Cap Ferrat e, a sinistra, la montagna che inibiva le luci maggiori di Montecarlo. Mi adagiai sulla poltroncina di vimini, affondai nei cuscini soffici, guardavo il mare nero davanti, che senza luce e colore si accreditava con un profumo indolente. Mi accorsi di essere stanco.
Mi svegliò un sottile rumore. E poi rientrai nel presente, e nella vicenda che si era rinnovata. Il richiamo era alle mie spalle, la voce di Gatsby, con quel suo sortilegio triste ed esclusivo, che ti accelerava il cuore.
«Ciao Nick, come stai, vecchio mio.»

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