La lunarità di Achille Campanile

«Dove vai?» «All'arcivescovado. E tu?» «Dall'arcivescovengo.»

 

 

Quella citata è sicuramente una battuta surreale, magari di quelle insopportabili per il modestissimo gioco di parole che la caratterizza, ma se si prescinde dalle frasi fatte, forse la si troverà interessante e in certo qual modo significativa. E’ una delle tante battute di Achille Campanile (1899-1977), un caso unico nella nostra letteratura.

 

Achille Campanile era uomo dotato di grande cultura e non lasciava nulla al caso né inseguiva facili effetti. In fondo, non voleva allontanarsi troppo dalla cultura ufficiale, ma stuzzicarla sì, magari con il segreto desiderio di rinnovarla: intanto divertirsi inventando l’inosabile, quasi fosse un ragazzaccio dedito a un passatempo goliardico e in fondo innocente. Egli componeva per sorridere e se elegantemente vi cadeva un pizzico di veleno ironico tanto meglio.

 

Tanto meglio perché il veleno ironico in questione dava consistenza alla battuta, la rendeva importante, le dava profondità e ne sollecitava altre, sempre più sofisticate, tranne che nell’enunciazione. La battuta doveva essere ridotta a poca cosa, per amore d’immediatezza ma quella poca cosa doveva contenere molto. Sarebbe bastato anche un supplemento d’ironia, un’altra stilla di veleno, con maggiore gusto e maggior sapore. 

 

Gusto e sapore dovevano essere in perfetto equilibrio: la regola gli veniva dettata da un’educazione all’ordine che un po’ era innata e molto derivava da una certa soggezione nei confronti del bon ton, quasi che Campanile volesse dimostrare il possesso di un dandismo consapevole e giustificato.

 

Il nostro scrittore e commediografo – ma le sue commedie vanno lette, non recitate (è assurdo recitare commedie di una sola battuta) – non aveva intenzione di denunciare chissà quale malessere intellettuale che le parole, infatti, non possono lenire, ma voleva, indirettamente, richiamare la necessità di dare un’occhiata alle convenzioni per vedere se potevano reggere ancora.

 

Achille Campanile non gradiva l’accostamento della sua opera con quella di Eugene Ionesco: molti lo facevano (e lo fanno tuttora) ma fra i due c’è effettivamente della differenza. Ionesco appoggia la sua opera sul nonsense e lo elegge vangelo della società moderna, cosi da evidenziare la crisi culturale e civile della società stessa, mentre Campanile agisce più in profondità, tocca problemi antropologici ed esistenziali, pur senza prendere, apparentemente, nulla sul serio.

 

Quando iniziò la sua carriera di scrittore, seguendo le orme del padre Gaetano, che, anche sceneggiatore di film muti, lo introdusse nel mondo del cinema, il suo modo di fare creò non poche perplessità: era un genio oppure un pazzo? Se lo chiedevano nella redazione del Travaso delle idee con una certa, comprensibile, apprensione.

 

A proposito di cinema, Campanile sceneggiò parecchi film, fra cui il polpettone Guai ai vinti! di Raffaele Matarazzo (regista campione di melodrammi strappalacrime): qui scompare la sua vena ironica e satirica per ragioni alimentari ed emerge, senza emergere, quella di buon mestierante della parola. Dimenticato, dopo la guerra, il nostro uomo trovò il modo di riciclarsi nella nascente televisione: stranamente il simbolo piccolo-borghese per eccellenza lo lanciò e lui fu bravo a imporsi.

 

Elegante, sicuro di sé, dotato di aria nobiliare, Achille Campanile riuscì simpatico perché fu considerato un personaggio bizzarro, una sorta di aristocratico quasi decaduto, costretto ad inventare battute per vivere. Le battute non facevano ridere particolarmente, ma l’insieme funzionava e così Campanile divenne persino popolare.

 

Che si equivocasse su di lui è provato dai numerosi libri che ci ha lasciato. Un bon approccio alla sua prosa è Manuale di conversazione dove in modo sulfureo, lunare, dà istruzioni di sana ipocrisia accompagnate da vie di fuga rappresentate da considerazioni sottotraccia: un divertimento assicurato e molto intelligente.

 

Con capacità inconsueta, si direbbe unica nel trasporto, Campanile sa dire l’essenziale dell’essenziale, sa cogliere la radice del concetto e la temuta assurdità della raccolta (salvo riderci sopra, come reazione orgogliosa allo smacco) e non vuole tenere per sé le scoperte e le invenzioni a sostegno di conclusioni che non sono per niente strampalate.

 

Va detto che all’epoca scienza e filosofia brigavano intorno al valore della parola e litigavano sull’attendibilità della stessa in senso assoluto: linguaggio dell’uomo uguale decrittazione del mondo. Andava più di moda la tesi per cui il linguaggio dell’uomo era limitato alla visione umana delle cose. I discorsi tradizionali, assoluti, dovevano essere rivisti.

 

Campanile è assai più vicino a coloro che dubitavano dell’importanza-chiave della parola per tutto (mondo metafisico compreso) senza tuttavia essere seguace di una filosofia ad hoc: non sarebbe stato capace di creare qualcosa di fisso, né ne aveva voglia, desiderio. Meglio vivere alla giornata e cercare spunti per provare ad esistere decorosamente in senso intellettuale: cosa che forse gli riuscì alla perfezione.

 

Dario Lodi   

 

 

 

 

Dario Lodi

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