Il paradigma Dash Snow


Ben prima che Dash Snow entrasse a far parte del famigerato Club dei 27 già si rifletteva sul significato e sul valore del suo repentino successo. Ora, sulla scia di un’overdose letale di eroina ci si aspetta il suo definitivo ingresso nel pantheon pop dei geni maledetti, mitologia romantica che nella cultura di massa del ‘900 ha trovato terreno fertile. Dapprima con il biennio ‘69/’71 limitato al rock della contestazione (Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison), più recentemente sfondando gli argini del giovanilismo da un lato e della cultura “alta” dall’altro, con gli artisti visivi Jean Michel Basquiat ed il fuoriquota Martin Kippenberger. Ma è lecito chiedersi: quanto c'è di autentico talento, innovazione e spirito creativo in questi casi umani, e quanto invece c'è di speculazione, interesse, mistificazione? Il caso Dash Snow è molto particolare. Erede di una potente dinastia petrolifera (la Schlumberger Limited) e nipote di Dominique de Menil, collezionista e filantropa di Manhattan, un ruolo centrale nello sviluppo della scuola di New York e quindi, in generale, nella conquista del primato mondiale dell'arte statunitense dopo la guerra. Per Ariel Levy, editorialista del New Yorker, "nobiltà del mondo dell'arte, la cosa più rassomigliante ai Medici degli Stati Uniti". Quasi uno stereotipo, dunque, l'adolescenza disfunzionale trascorsa fra riformatori e vita di strada, in fuga perenne dall'inautenticità aristocratica e dalle convenzioni upper class sulla falsariga del bucolico Alexander Supertramp di Into the wild.

Il mito dell’anticonformista connesso alla figura dell' "uomo nervoso e artista", come si definiva in senso strettamente fisiologico Baudelaire, padre di tutti i maudits. Fisiologico perché da allora esiste un vero e proprio identikit del ribelle dinoccolato e nobile suo malgrado, percorso da energie irrequiete, come da scariche elettriche, testimonianze tangibili del genio malato. Eppure conosciamo questi infingimenti, sappiamo che si tratta di retorica, che tale elettricità nasce dall'humus positivista e muore fra scariche pavloviane, internamenti,droga ed elettroshock. Due studiosi austriaci, Ernst Kris e Otto Kurz, con il famoso saggio "La leggenda dell'artista" contribuirono a demolire l'anedottica superstiziosa che vuole circoscrivere lo sciamano, acclamarlo per poi scoprirne i vizi e gettarlo nella polvere.

E' la stessa meschinità del senso comune alla base del gossip, laddove in un mondo degradato non c'è nemmeno più il talento da esaltare ma solo la perversione da condannare. Ora è facile gettare fango su Dash Snow, inorridire di fronte ai quotidiani schizzati di sperma, incorniciati, esposti e venduti a caro prezzo. Tuttavia è proprio questa sconcertante assenza di novità a risultare significativa ed affascinante. Dash Snow eredita infatti due movimenti storici opposti: la sconfitta del modernismo come ideale progressivo e darwiniano dell’arte, con i collages del 2009 formalmente identici alla produzione Dada di quasi un secolo fa; ed allo stesso tempo l’esigenza di una saldatura fra arte e vita, fra etica ed estetica, vera ipoteca delle avanguardie sul nostro presente. L’arte postmoderna e globalizzata è insoddisfacente a causa dell’appiattimento sui modelli del marketing e della pubblicità, della ricerca del patinato effetto di superficie, dell’universalità formale e concettuale che si risolve troppo spesso nell’omologazione. Dash Snow apparteneva ad un paradigma diverso, approssimativamente identificabile con quello che Bourriaud chiama il "radicante": un organismo che evolve nello stesso tempo in cui le sue radici crescono, che ha quindi un rapporto dinamico ma non conflittuale con la propria memoria e con la propria progettualità. Bisogna considerare la serie delle polaroid scattate da Snow nel corso degli anni senza fermarsi alle apparenze: al di sotto della varia umanità ritratta, delle prostitute e dei tossici, della decadenza e della quotidiana follia degradata e degradante non c’è esaltazione né compiacimento. C’è il tentativo di testimoniare l’esperienza immediata e l'istinto puro, risolvere l’identità per raggiungere un piano autentico di condivisione anche a costo di svanire come persona e lasciare come traccia l'esile profilo di una polaroid.

Non a caso il titolo della prima mostra personale di Dash Snow da Rivington Arms era "Moment like this like this never last". E fu la consacrazione, l’immersione commovente in un flusso di opere/vita che non può lasciare indifferenti, che rende immediatamente complici di questo universo infantile e scriteriato, vizioso e meravigliosamente corrotto. Un'arte ridondante e vischiosa come un fluido corporeo, come una funzione vitale, superfla eppure necessaria come la digestione o la sudorazione. Il cerchio si chiude quando appare "in scena" la figlioletta Secret, che idealmente esaurisce il compito biologico e culturale di uno stronzo qualunque, come si definiva, che però ha deciso coscientemente di vivere sul ciglio dell'abisso. Non è possibile approvare le scelte estreme di quest'uomo, solo contemplarle come oggetti artistici. Le origini aristocratiche di Snow contribuiscono poi a rappresentarlo come un raccomandato/viziato che, in fondo, ha sprecato la propria vita. E non c'è dubbio poi: lo snobismo elitario delle gallerie si nutre ciclicamente di fenomeni sovversivi che, a conti fatti, confermano e rafforzano lo status quo. Bene, che si tengano pure le polaroid e i giornali intrisi di sperma, i feticci, e la solfa retorica sull'ennesimo ribelle morto giovane come piace agli Dei, le vuote chiacchiere da filistei.

In alcune tribù primitive, quando nasce un bambino, per mantenere inalterato l'equilibrio con le risorse ambientali il membro più anziano si allontana dal villaggio e si lascia morire. La nostra cultura, demograficamente schizofrenica, necessita invece di catarsi spirituale. Si nutre della tragedia. Ed è così che, a volte, ci fermiamo a piangere tipi come Dash Snow, gente che semplicemente fa quello che gli va di fare sull'onda di un'urgenza e di una visione che siamo condannati a fraintendere.

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