IL LACCIO DEL NUDO CHE IDRATA LA VENTOSA DELLA MODA

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A Milano, dal 22 al 26 Novembre si può visitare la prima edizione del Photo Vogue Festival, con mostre e conferenze di livello internazionale. La sede principale è presso il Base di Via Bergognone n°34. Proprio là, la direzione di Vogue Italia (precisamente con le curatele di Alessia Glaviano, Chiara Bardelli Nonino, Francesca Marani, Franca Sozzani) ha allestito due mostre di fotografia. Esteticamente gli scatti giocano sulla percezione coinvolgente del ritratto, soprattutto se femminile. In fondo, basta che capiamo le due mostre dal loro titolo. Dunque per The female gaze Alessia Glaviano e Chiara Bardelli Nonino hanno invitato un gruppo di sole fotografe. E’ chiaro il tentativo di scardinare “un utilizzo” prevalentemente maschile del desiderio, nel magazine di moda. Se il corpo della donna piace molto di più alla vista, forse solo le fotografe ce lo ritraggono “richiamandone” la “legittima proprietaria”. Pare che The female gaze si percepisca in via “tiepidamente” decorativa, laddove i toni rosacei o le luci soffuse si limiterebbero a “strizzarci l’occhiolino”. Invece, PhotoVogue in Fashion (citando il noto canale, aperto nel 2011 da Franca Sozzani, e che oggi conta 125.000 utenti!) si fa apprezzare per il suo concettualismo. Gli scatti hanno toni freddi, e pose “meditative”. Qualcosa che permetta una specie di “detersione” per il tipico decorativismo del fashion (principalmente se gustato sulla “macchia nuda” d’una bellezza).

Carlotta Manaigo cerca una composizione fotografica in cui il busto “richiama” il coinvolgimento della propria interiorità. La modella s’apre la “gorgiera” del velo, mostrando una nudità che “deterge” l’invadenza del nostro desiderio. Sul serio, il braccio sinistro si limiterebbe a “strizzare l’occhiolino” della coscia. L’orlo del costume può rimandarci ad una pupilla, mentre la “gorgiera” germinerà di “ciglia” davvero folte. La fotografia ha toni tanto rosacei quanto celesti, al mero “richiamo” del proprio espressionismo. Addirittura, ci pare che il braccio sinistro “deterga” l’ancheggiamento, e con la “macchia unicamente svanente” dell’acqua. Basta percepire il “mulino” del velo rotante (mentre a destra si distende un tono azzurro). Nel secondo scatto, Carlotta Manaigo inquadra la modella dall’addome in su. Soprattutto, lei regge con le mani un cane, ed addosso al petto. Torna così la percezione d’un richiamo al coinvolgimento di sé. Le mani ruotano, facendo alzare dal loro “mulino” il cane. La percezione del forte abbraccio immediatamente si può interiorizzare. Il cane è l’animale di cui l’uomo maggiormente si fida, anche rispondendo al semplice fischio di richiamo. La “padronanza” così si percepirà in via “tiepida” al laccio.

Le fotografie di Carmen Mitrotta amano esteticamente il surrealismo. Sembra che lei inquadri “un’oliva pseudo-planetaria”, col tentacolo d’un polpo per “anello” e “l’incandescenza” dai fiori di zucca… I toni rosacei e “lattiginosi” comportano una “germinazione” delle figure che si limiterebbe ad “ancheggiare”, sulla “padronanza” dell’astrazione. Quanto all’immagine pseudo-planetaria dell’oliva apparterrà un Universo? La fotografia ha una prospettiva interna, che pare a “strizzare” l’angolo d’una stanza (tramite la diagonale). Il tentacolo del polpo avvolgerebbe l’oliva, virtualmente appiccicandosi con le ventose, sino a trasferire queste su una “tappezzeria” dell’epicarpo. Così si percepisce bene la “succosità” d’un coinvolgimento. Da questo, si distenderà una “macchia” dall’incandescenza appena tiepida, coi fiori di zucca, la cui “corona” padroneggia una “terra lattiginosa”, tramite “l’ancheggiamento” del marcio. Carmen Mitrotta poi inquadra la modella, che porta un velo giallastro a cingerle il mezzobusto. La bocca sembra tappata, sino a “strizzarsi”. Alla fine, la composizione giocherebbe fra una Croce di Sant’Andrea ed il simbolo della radioattività (complici i toni gialli, l’orlo “a trifoglio” del colletto o sul velo nei seni, la pettinatura ecc…). Nell’insieme, si percepisce così una ventosa che “ci strizzi l’occhiolino”. Però la modella ha un’espressività più “svanente” che “tiepida”, alla padronanza della sua bellezza.

Simone Steenberg esibisce una fotografia abbastanza “aggressiva”, concettualmente. La sua modella s’è portata la mano destra dentro ai pantaloni, assunta una posa… “da maschiaccio”. Quanto può valere la rivendicazione d’un piacere che non si pieghi allo standard pubblicitario d’una donna-oggetto? I pantaloni qui sono molto attillati. La posa aggressiva assunta dalla modella non “deterge” il desiderio maschile per la bellezza. I pantaloni si percepiscono in via “appiccicosa” (complice l’illuminazione). L’inserto dei cerchietti porta “un’eco” di marciume, per la “strizzatina d’occhio” del desiderio. E’ l’ancheggiamento che sembra a “rattoppare” il “richiamo” della sua “carnosità”. Simone Steenberg ha anche installato una seconda fotografia, dove le due modelle posano in un coinvolgimento più “pulito”. Una testa è infatti cinta dalle braccia, immaginando un “palleggio” di gioco. Le due modelle hanno gli occhi quasi chiusi (e complici gli “adombramenti” del trucco). Questo dettaglio potrebbe criticare la percezione maschile d’una donna-da “palleggio”. Una testa si farà “detergere” dalle braccia, forse tramite la malinconia del pensiero e contro l’aggressività del piacere.

Il fotografo Kiki Xue cerca una teatralità estetica. Egli ad esempio inquadra una modella dal viso e dagli abiti orientali. Mediante la posa a tre quarti, ci pare che la schiena sveli una specie di “conchiglia bivalve”. E’ l’abbraccio che letteralmente “si spazzola” da solo, detergendo il suo “palleggio”. La modella porta vestiti dal tono rosaceo, e così “tiepidamente” femminile. La “conchiglia bivalve” sulla schiena ha gli orli increspati. Ma più in generale c’è un decorativismo quasi da “cavalluccio marino”, per le perline e le nervature quasi in ambiente corallino. Si percepisce dunque una “pulizia” del fondale marino, tramite l’eleganza del fashion. La modella ha uno sguardo molto fiero, a riappropriarsi della sua anima. Quanto la posa a tre quarti sarà utile per “sguainare la spazzola” del desiderio che vuole appagarsi? La “conchiglia bivalve” simboleggerebbe un ventre da “rattoppare” con la carezza più dolce. Noi vediamo soprattutto il “palmo” della schiena, mentre il busto pare a cadere con la stessa diagonale d’una spada nella guaina. La cultura orientale naturalmente ha echi cavallereschi. Kiki Xue esibisce un altro scatto, dove il mezzobusto della modella si percepisce in chiave forse medievale (per una “calotta” dalle trecce “zampillanti”, ed il “mosaico” sul vestito). L’espressione degli occhi denota ancora una buona fierezza. Ci sembrerà che una “spazzolata” sui capelli intrecciati serva a “strizzare” tutta la carnosità d’una carezza (sul volto o sul collo). Facilmente, noi percepiamo l’illuminazione sulla pelle “di porcellana”. Qualcosa che porterebbe i “rimbalzi passionali” dell’espressività alle “toppe” del loro rinsecchirsi. Lo sguardo maschile difficilmente potrà “riscaldare” una pelle tanto strizzata per incollaggio…

Il duo artistico Formento + Formento inquadra la modella, dentro una stanza. Essa, in origine adibita a cucina (per il forno ed il tavolo, che tiene i barattoli di sughi o conserve), pare guadagnare la percezione d’una pulizia. La modella infatti fuma, ma nel contempo si guarda allo specchio. Quanto lei vorrà curare il suo aspetto, come trovandosi in bagno? Le nuvolette di fumo potranno “ancheggiare”, e virtualmente dopo aver “spazzolato” la bella sinuosità del corpo nudo. Paradossalmente lo specchio diventa l’oggetto più “macchiato” dell’intera fotografia, dove “si strizzerebbero” i quattro faretti, la cui illuminazione “sguaina” l’intimità ovale della modella. C’è un coinvolgimento da percepire in via pur sempre decorativa. La forma ovale dello specchio parrà quella d’un cuore, che lo sguardo maschile avrebbe palpato. Lo sportello del forno contribuisce ad “accaldare” il piacere per la cura di sé. Lì, a “strizzarci l’occhiolino” diverrebbe in primis il braccio destro, piegatosi verso le manopole.

Per il filosofo Barthes, la moda ci “parlerebbe” continuamente di sé. Gli abiti si richiamano sempre gli uni sugli altri, propinati dalla pubblicità (al di là d’ogni loro varianza per lo stile). Barthes usa il termine costume, per inquadrare l’essenza strutturalistica della moda. Quest’ultima si dà tramite più codici (di tipo convenzionale), i quali avrebbero un senso solo facendosi rispettare di continuo, e quindi raccontandosi. La moda si percepirebbe come un metalinguaggio. Qualcosa che ci “parla” continuamente di sé, oltre le diverse distinzioni di stile. Una dimensione che Barthes ravvisa classicamente nella mitologia. Basta immaginare che la mera pelle nuda di Adamo costituisca già il primo “abito”. La mitologia del costume si racconterà per sempre, prescindendo dalle singole differenze di stile. Oggigiorno, essa varrà essenzialmente per la “mera pelle nuda” sulle riviste patinate di moda (quali Elle, Vogue, Marieclaire ecc…). Sarà massimamente così che i vestiti “ci parleranno” di loro. Per Barthes, la moda va sempre percepita nel “ritmo” di se stessa.

Louis Philippe De Gagoue ha scattato in esterna, e presso una città africana. Tra le persone inquadrate, forse una ragazza “più fortunata” (contro la povertà dilagante!) può giocare a mettersi in posa, indossando abiti “di nicchia”. La percezione rosacea dello sguardo femminile che “accarezzi” qui non vale, quantomeno conoscendo la realtà d’una terra assai arida. Soltanto la moda dunque porterebbe una “ventata sognante” di freschezza. Louis Philippe De Gagoue ci sembra preferire le pose di profilo o di tre quarti. Qualcosa che si percepisca provando a “richiamare” l’attenzione per una riappropriazione di sé. Quanto le persone qui potrebbero “stizzirsi”, ad esempio se lo sguardo occidentale fosse decisamente “più fortunato”, anche solo contemplando in mostra un reportage fotografico? La modella pare mettersi in posa, ad un ritmo hip-hop o rap (avente una vena indirettamente africana). Il farsi rispettare a volte si percepisce tramite la “pulizia” della buona educazione. Il continente africano è comunque “mitologico”, per la storia dell’abbigliamento: da là, circa 200.000 anni fa, l’uomo moderno cominciò le sue migrazioni (anche in via socioculturale!).

Il filosofo Barthes ricostruisce la fenomenologia del detersivo in polvere. Qualcosa che noi percepiamo nella “moderazione” d’una pulizia, anziché nella “violenza” d’una distruzione… Le polveri del detersivo, molto semplicemente, separano lo sporco dal vestito. Non c’è alcun rischio che i tessuti possano rovinarsi! Per Barthes, il detersivo in polvere sembra l’evoluzione della lavandaia, che batteva i vestiti. Nei due casi, lo sporco andava separato. Per Barthes, la schiuma d’un moderno detersivo si percepisce in chiave borghese. Qualcosa che esageri la pulizia, quasi potendola gustare. Spesso, nella pubblicità del bagnoschiuma appare una donna dalla bellezza irraggiungibile

Lalla Essaydi ha inquadrato le donne arabe, intente nella tessitura d’un drappo. La sua fotografia è quasi del tutto bianca. A prescindere da quanta libertà oggi i paesi arabi concedano alla donna, Lalla Essaydi c’invita a percepire la purezza della vita. Una tessitura pare subito coinvolgente (fra la trama e l’ordito). Inoltre a praticarla sono storicamente le donne. Lalla Essaydi avrebbe idratato il rosaceo della sabbia nel deserto (caratteristico dei paesi arabi), col bianco d’una riappropriazione fra il corpo e lo spirito. Consideriamo esteticamente lo scatto in cui “si vedrebbe” la modella solo dal suo strascico. E’ la corporeità al sarcofago dell’acqua detergente. La fotografa inquadra per la maggiore una parete. Qualcosa che rappresenterebbe lo stop portato da ogni divisione? Però la parete coinvolgerà la terra mediante un “bagno-strascico”. Gli echi della mummificazione (ad esempio, col rosa della sabbia egizia che magicamente rivitalizzi quello della pelle umana!) per Lalla Essaydi consentirebbero di detergere almeno la “rovinosa fatica” della donna, che lavori in sartoria.

Elena Rendina esteticamente cerca una decorazione che coinvolga i gioielli ed i raggi solari. Lei mette in posa la modella nel suo inarcamento. Così l’intera preziosità dell’abbigliamento finirebbe a “gocciolare”. Il fenomeno dell’iridescenza permette ai raggi virtualmente una loro tessitura per “idratazione”. La modella qui indossa un costume dove il bianco dell’intimo si trasfigurerebbe, grazie al dorato d’una contemplazione. Il viso è in posizione orizzontale, con gli occhi in perfetta ascensione. Una bolla di sapone oppure il calice in cristallo va percepito nella “succosità” d’una luce umidificante. Parrà che la modella riceva una “manna” dal Cielo. Qui le macchie della luce hanno una “nudità detergente”. Esse consentono alla modella una riappropriazione della preziosità più vera, nel suo animo che voglia contemplare, e forse perfino religiosamente.

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