Il marchingegno del vitalismo dentro l'inconscio della meccanica

 

Recensione d'estetica sul pittore Gianni Bertini, dopo la sua mostra Macchine del tempo, a Brescia (dal 17 Novembre al 17 Gennaio, presso la Galleria Colossi Arte Contemporanea)

 

A Brescia, dal 17 Novembre al 17 Gennaio, presso la Galleria Colossi Arte Contemporanea, è stata allestita la mostra Macchine del tempo, coi dipinti di Gianni Bertini (1922-2010). Nella sua pittura, riconosceremo il continuo tentativo di “sondare” la linea astratta, conferendole un dinamismo centripeto. Bertini all’inizio segue il MAC – Movimento Arte Concreta. Esso esibiva un astrattismo libero da ogni rappresentazione del mondo (pure nella sola virtualità del lirismo). Esteticamente, il nostro sguardo doveva restare sulla mera linea, in tutta la sua concretezza, una volta “sondata” dall’abitudine al geometrismo (il quale ci consente d’ordinare le forme naturali, conferendo loro una significazione). Bertini in seguito s’avvicinò al Movimento Arte Nucleare, caro a Dangelo. Le forme dovevano disgregarsi, percependosi come le cariche atomiche… La concretezza della linea astratta avrebbe acquistato l’impressione d’una “radiazione”. Qualcosa che permettesse al colore letteralmente di “colare” sul nostro sguardo, pensando ai dipinti di Dangelo. La linea astratta sarebbe stata “sondata” dalla carica atomica, sino ad “obnubilare” la realtà rappresentabile. Qualcosa da percepire nella “centripeta” d’uno sguardo onirico. L’inconscio ha pensieri che prima “esplodono” (elettrizzando col desiderio il loro ammassamento confuso), e poi “si depositano” (con le “scorie” della rimozione). Nella pittura nucleare, le figure surrealistiche a volte ci ricordano un microcosmo “cellulare”. Qualcosa che permetterebbe al pittore di sondare gli “atomi” della vita. Negli anni ‘60 e ’70, Bertini scopre la caratteristica Mec-Art (Arte Meccanica). Una tecnica che consiste nel riporto fotografico su tela emulsionata di alcuni manifesti o riviste, sempre aggiungendo la pittura per linee “irradianti” (da una prima “centripeta” della figura, verso il suo sondaggio nell’astrazione atomica). Quasi visualizzando la mera teoria, Bertini dipinge più elementi meccanici (quali le ruote, i pistoni, i freni, le sospensioni,  ecc…). Questi alla fine paiono “ricompattati” fra di loro, dentro una carrozzeria certo surrealistica.

Bertini insiste a dipingere la ruota dell’autovettura. Qualcosa che permetta al nostro sguardo di “sondare” il quadro, passandovi sopra e sotto con l’astrattismo geometrico. Contrariamente a Kandinsky, Bertini rinuncia al simbolismo. La figura geometrica del cerchio non “ascende” dal quadro, bensì finisce a “colare” nella sua profondità. La concretezza dell’astrattismo in via percettiva accade laddove questo paradossalmente si materializzi. Il cerchio non appare “nei cieli”, spiritualmente (rievocando il simbolismo platonico del Sole come Idea del Bene). Nelle tele di Bertini accade che quello “s’impantani”. Il Sole, come metafora classica della Verità, diventerebbe una “ruota”. Così, il coinvolgimento dell’astrattismo (che vorrebbe rappresentare in primis la sensibilità del contemplatore) partirà dalle “viscere” del quadro. E’ l’elettrizzazione dell’atomo, la cui realtà va solo sondata, grazie al microscopio. La pittura dei futuristi rappresenta il vorticismo entro le “viscere” della figurazione. Bertini esteticamente ha una concezione differente. Egli rappresenta il vorticismo dentro le “viscere” dell’astrazione.

Nel quadro intitolato L’Odissea di Icaro (a Mec-Art su tela, 2004), la ruota dell’automobile si vede in alto, soverchiando la stessa figura del pilota. E’ facile citare il simbolismo del Sole. La ruota si scorge tagliata a metà, come se “tramontasse”, sulla profondità del quadro. Essa tornerà nelle “viscere” del suo simbolismo informale. In primo piano, la composizione di tutte le linee rappresentanti il pilota e l’abitacolo ci sembra “accartocciata” su di sé. Probabilmente l’odissea cui il titolo rinvia è quella della più contemporanea corsa automobilistica. Ciascun pilota purtroppo rischia di morire, in pista… L’incidente più grave comporterà l’accartocciarsi della carrozzeria. La costruzione per linee informali fra il pilota e l’abitacolo ci parrebbe sondata, dalla grande ruota in alto. Tutta “l’elettrizzazione” espressionistica della corsa in automobile si dovrà percepire nelle sue “viscere” atomiche, quindi più astrattamente. La ruota superiore fungerebbe da “freno”, tramontando come il Sole. Essa pare “impantanata”, sull’accelerazione elettrizzante del pilota. Qualcuno immaginerà che la ruota sia un “casco protettivo”, per il pilota (inquadrato più in basso). L’irradiazione delle linee informali farebbe “tramontare” l’iniziale vorticismo “impressionale”, su una “concretezza” nucleare. Forse il simbolismo non è completamente negato. Al Movimento Arte Concreta interessa apertamente di superare il lirismo, persino dentro alla più astratta figura geometrica. Forse Bertini ci chiederà di sondare la vita “spericolata” del pilota. La modernità della sua “odissea” sarebbe la stessa d’un atomo che si rompa, molto pericolosamente… La ruota superiore farebbe “tramontare” tutta la “reazione a catena” fra le linee solo informali (del pilota e dell’abitacolo, dopo il loro “accartocciarsi”)? Forse il quadro di Bertini ci nasconde un significato “inquietante”. La disgrazia d’un eventuale incidente automobilistico sarà il microcosmo per quella d’un “fungo” atomico? La configurazione della ruota, tagliata a metà ed in alto, contribuisce alla nostra “inquietudine”, simbolicamente.

Consideriamo il quadro di Bertini che s’intitola Il troll d’Atene (ad olio su tela, 1955). Pare che una coppia di “pistoni” possa “martellare”, sopra la tipica “mezza-ruota”, sino a spezzarla. Complessivamente, è un quadro in cui l’astrattismo avrebbe la concretezza d’una “carica atomica”. Se la “mezza-ruota” arrivasse ad esplodere, essa poi farebbe cadere dall’alto le proprie “radiazioni” (le quali si percepiranno ad intubare la nostra osservazione). Appare la base del “pistone” destro, avente la forma circolare. Essa è appesantita da una “rete di linee”. Quasi si percepirà la profondità del cubo. La base del “pistone” ha la colatura del colore. Qualcosa che compari a valle d’una “irradiazione” informale. La compresenza del doppio cerchio (fra la ruota esterna e la base del “pistone” destro) favorisce la nostra percezione centripeta del quadro. In chiave psicanalitica, alla prima “esplosione” del desiderio si succederà il “martellamento” del suo rapido appagamento. I pensieri dell’inconscio s’ammassano confusamente fra di loro nel “tunnel” della soggettività. Se la “ruota” in via vitalistica non avesse più una configurazione atomica, bensì quella cellulare, essa sarebbe letteralmente pompata dal desiderio. I quadri di Bertini porterebbero l’astrattismo informale delle linee alla concretezza d’un “marchingegno” psicanalitico. Per dipingere i diversi meccanismi (fra le “ruote”, i “pistoni”, i “freni” ecc…) egli adopera essenzialmente il colore nero. Ciò confermerebbe l’obnubilamento della nostra visione, laddove essa possa interiorizzarsi (entrando nel quadro) solo nella “centripeta” di se stessa.

Per il filosofo Deleuze, il desiderio sarebbe comunque (in quanto tale) “esaudito”. Sempre quello si produce, per cui ha già abbandonato la sua virtualità originaria. Ne deriva che il desiderio sia comunque “oggettuale”. Quello paradossalmente non rientrerà nella dimensione dell’Io. La consapevolezza ha sempre una vena “repressiva”, siccome rende “uniti” a se stessi. Nella dimensione totalizzante dell’essenza, l’Altro viene a mancare, se quella non può tendere a nulla... Per Deleuze, paradossalmente il desiderio sarà dell’oggetto anziché del soggetto. Esso funzionerebbe come una caratteristica macchina. Il desiderio letteralmente “metterà in moto” il suo oggetto, ove lo produca. L’inconscio, che evidentemente ospita gli impulsi primordiali, porterà la coeva consapevolezza del pensiero (sulla soggettività) a “fluire”. Deleuze vi rintracciò la caratteristica macchina desiderante.

Nel quadro di Bertini denominato Hercule foxile (ad olio su tela, 1956), noi abbiamo la sensazione che si mostri una motocicletta. Magari la ruota simboleggia l’inconscio? Il manto stradale avrebbe una tonalità quasi “gassosa”. Il pittore oscura due angoli (in alto a sinistra ed in basso a destra). Subito il tono bianco al centro scemerà in profondità. Complice la sua inclinazione “risalente”, la strada sembrerebbe gassosa, come se ricoprisse un “pianeta”. Il tono nero sui due angoli “arrotonderebbe” quello bianco al centro. I pensieri onirici si percepiscono come una “coltre nebulosa”, sopra le loro significazioni concettuali (tramite la coscienza). Lo psicanalista Lacan distingue i tre piani del reale, del simbolico e dell’immaginario. Egli si basa sulle prime intuizioni di Freud. Il reale spiega la dimensione immanente dell’Essere. Nell’immaginario, si cela il nostro inconscio (con le sue pulsioni libidinose). L’ordine simbolico gli conferirebbe una struttura, essenzialmente tramite i segni del linguaggio. Lacan rappresenta i tre piani psicanalitici assegnando loro una configurazione ad anello. E’ interessante che Bertini abbia dipinto sia la ruota sia il manto stradale come “un’atmosfera”. In entrambi i casi, compare la configurazione ad anello. Qualcosa che ci consenta di percepire il dipinto in chiave psicanalitica. Il manto della strada (quasi “d’un gas planetario”) diventerà “l’anello” del reale; ne deriva che la ruota sia quello dell’immaginario. La motocicletta si vede a sprofondare, celata dal desiderio (con la sua elettrizzazione “rombante”). La carrozzeria conferirebbe all’anello “confuso” dei pensieri inconsci una “ristrutturazione” superficiale. Bertini dipinge sull’ipotetico sedile alcuni numeri, verso la loro crittografia. La carrozzeria, soverchiando la ruota in basso, quasi diventerebbe l’anello psicanalitico del simbolico. Recuperata la filosofia di Deleuze, Bertini ci mostrerebbe la “messa in moto” del desiderio. Contro la “fossilizzazione” della linea informale (dove la figura finisce a restringersi), emergerà la forza centripeta della grande ruota. Questa sarebbe repressa dalla carrozzeria superiore. Bertini mostra che il desiderio sempre si produce, per cui ha già abbandonato la sua virtualità (mancandogli l’appagamento). La carrozzeria libererà una velocità “supersonica”. Noi la percepiamo all’altezza dello Spazio. La carrozzeria quasi s’astrarrebbe, avendo una velocità istantanea, così da “nasconderci” la sua figura (che coerentemente Bertini colora di nero). Le linee informali del dipinto Hercule foxile confermeranno il classico futurismo dell’aeropittura (già cara a Dottori)? Ma Bertini gli assegnerebbe una vena psicanalitica. Nel dipinto Hercule foxile, accade che la “ruota” dei desideri abbia già abbandonato la sua virtualità (per l’inappagamento). La motocicletta certamente è un marchingegno. La figura della ruota rappresenta bene l’anello dell’immaginario (con le sue pulsioni libidinose). Essa “s’insabbia”, mentre libera l’elettrizzazione “rombante” (verso l’appagamento). La ruota rappresenterebbe bene un circolo “vizioso” (libidinoso). Nel contempo, noi la vediamo comunque “messa in moto” (dalla carrozzeria “superficiale”). Bertini cercherebbe una pittura “aero-nucleare”, finendo a “disintegrare” (in via informale) la repressione della soggettività (con la sua riflessione concettuale) sull’inconscio.

Nella filosofia del vitalismo, ogni ente (materiale oppure astratto) si dà come tale perché “allargato (teso) verso gli altri”. Per Deleuze, la necessità ontologica del loro differenziarsi si percepirà sempre in via intensiva. Il particolare ente del vissuto quindi non apparterrà alla sola soggettività, perdurando a “fluire”. L’intensità si percepisce sempre tramite “l’allargamento” da un primo ad un secondo grado. Disgraziatamente, ogni categoria concettuale (od idea) alla fine “monetizzerebbe” il flusso differenziante dell’Essere. Nella visione psicanalitica, l’intensità si percepirà come il desiderio. Se gli enti “s’allargano” in se stessi, differenziati da un primo ad un secondo grado, pare che quelli “carburino” (dal loro vitalismo). Deleuze li percepirà entro la tradizionale macchina. Qualcosa che produca da una sua intensificazione per “gradini”. La macchina è sempre concatenante. Quella del vissuto tipicamente inconscio ha la “carica” originaria del desiderio. Deleuze distingueva il “macchinismo” dei flussi differenzianti dal più banale “meccanicismo” della finalità (attualità). Tutte le categorie concettuali (le essenze) si percepiscono nella fissità di se stesse. Quelle “monetizzerebbero” i singoli gradi del flusso differenziante, ove ne astraggano i valori. L’ente particolare meccanicamente ricondotto alla sua idea universale si percepirebbe nel fermo d’una finalità. Per Deleuze, ciò impedirebbe il “flusso” della differenziazione.

Nel suo quadro Zeus e Leto (a Mec-Art su tela, 2003), Bertini atomizzerebbe la repressione informale d’un aereo su quella d’una coeva automobile. Ma torniamo alla mitologia greca. Zeus s’innamorò di Leto: in chiave simbolica, il Cielo avrebbe incontrato la Notte, generando il Sole (Apollo) e la Luna (Artemide). Bertini incastrerebbe le “sospensioni” dell’autovettura sulle “ali” dell’aereo. Ciò conferma esteticamente il mito di Zeus ed Artemide. Tramite la luce solare, noi percepiremmo la sospensione del cielo sopra la terra (nella sua trasparenza). Almeno la mezzaluna si configurerà come “un’aletta”, sul “tremolio informale” della volta stellata. Nel dipinto Zeus e Leto, Bertini esteticamente porta l’aeropittura del futurismo nei “vortici” inconsci di se stessa. La ruota a sinistra ha uno “squarcio onirico”, da cui compaiono alcune persone. E’ un dettaglio caro al surrealismo di Magritte. Bertini avalla una vera e propria pittura “aereo-nucleare” del vitalismo. Tutti i corpi rispettano il meccanismo dei bisogni materialistici: il nutrimento, il riposo, la riproduzione ecc… Esso appartiene al ciclo della vita (dalla nascita alla morte). Il nutrimento, il riposo, la riproduzione ecc… vanno meccanicamente percepiti a terra, con la stessa linearità d’una corsa in autovettura (fra le “accelerazioni” per le emozioni e le “decelerazioni” per i sentimenti). A Bertini interessa una pittura che sondi l’astrazione di se stessa. Sia “l’accelerazione” emotiva sia la “decelerazione” sentimentale delle linee informali si percepirà dal suo “sorvolo” inconscio. Magritte faceva comparire il cielo dentro ad una colomba… L’aereo naturalmente può librare, e dunque “fluttuare”. Nell’inconscio, i pensieri si succedono tramite una linearità solo “sospesa” su di sé. Forse, la ruota di Bertini è quella del desiderio che letteralmente “sorvoli” sulla soggettività. L’inconscio ci sembrerà un “radar” della mente. Qualcosa in cui la “corsa lineare” dell’autocoscienza (con le proprie riflessioni concettuali) si dia solo nella continua “fluttuazione” di sé. Dunque l’aeropittura del futurismo per Bertini avrebbe una vena “nucleare”. Nella sua tradizionale iconografia, il radar esibisce uno schermo nero (profondamente da nascondere, considerata “l’invadenza” di chi ne catturerà la segnalazione!). Qualcosa da percepire in via psicanalitica, per Bertini. Egli virtualmente avrebbe dipinto un radar, attraverso la grande ruota. Le “ali” dell’aereo qui finiscono ad intersecarsi, secondo l’estetica dell’astrazione informale. Immaginiamo che esse fungano da “antenne”, segnalando la pulsazione inconscia delle ruote. Il radar naturalmente permetterà che intercettiamo qualcosa. Si tratta d’una lettura solo “microscopica”. Così, il “radar” della ruota si percepirà in via se non “atomica” quantomeno “cellulare”. Bertini esteticamente vuole “sondare” l’astrazione informale, nella sua “intercettazione” dell’inconscio (già cara al surrealismo). In via deleuziana, il radar costituirebbe un marchingegno? Qualcosa che “scarti” un dato (singolo) posizionamento a partire dalla sua “fluttuazione”. Bertini nel quadro Zeus e Leto ha provveduto a confondere fra di loro le configurazioni dell’autovettura e dell’aereo. La ruota si fa intersecare dalle “alette”. Pare che essa appartenga al carrello d’un aereo… Qualcosa che debba sganciarsi, in fase di decollo o d’atterraggio. Il carrello permette all’aereo d’allargarsi, attraverso il “gradino” della ruota. Evidentemente, il marchingegno va percepito nella sua possibilità di sganciare qualcosa.

Per Deleuze, il desiderio pare già esaudito (attuato) in se stesso. Solo, noi percepiamo che quello “carburi”, se la nostra soggettività vive nella concatenazione con l’alterità (astratta o materiale). Il desiderio sarebbe la “scia” d’una coscienza in fluttuazione. Qualcosa dove la soggettività “si scarichi” continuamente. Nel desiderio, ciascun “prelievo” dell’autocoscienza (rispetto alla coeva alterità) paradossalmente varrà solo nello “scarto” di se stesso. Nella psicanalisi di Freud, distinguiamo l’enigmatico oggetto parziale. Qualcosa in cui il desiderio personale “si scarichi” definitivamente, evitando d’interagirvi. E’ una concezione che a Deleuze non piaceva. Per lui, la realtà (astratta o materiale) accade nel flusso di se stessa. Così non mancherà nulla: neppure l’oggetto del desiderio. Questo si esaudisce (paradossalmente) “nello scarto” di sé, ricordandoci il caratteristico marchingegno. Il meccanicismo filosofico si percepisce contro l’uomo o la natura, nella sua presupposizione solo astratta della finalità. Deleuze invece ama il vitalismo. La “macchina” dei flussi differenzianti (mentre gli enti “s’allargano” gli uni sugli altri, con le loro “gradazioni”) avrebbe una forma virtualmente “molecolare”. Il desiderio si percepirà facendo “carburare” la propria soggettività. L’inconscio assicurerebbe il metabolismo della consapevolezza, a valle della “meccanizzazione” concettuale (quando gli enti particolari sono genericamente riportati alle loro essenze). Il desiderio si percepirà nel “distacco” fra la soggettività e la sua “concatenazione” con l’alterità. Deleuze scrive che l’inconscio pare un’officina, dove la riflessione “forgi” i concetti unicamente sui “flussi colanti” dell’Essere. Il desiderio si percepirà come “l’aggeggio” della soggettività. Questa “si ricostruisce” attraverso l’autocoscienza. Dato un oggetto qualsiasi, il suo eventuale aggeggio virtualmente configurerebbe lo “scarto” del primo. Per Deleuze, l’inconscio pare un marchingegno. Nel desiderio, i vari “prelievi” concettuali della soggettività si danno solo nello “scarto” di se stessi. Sarà facile percepirli come gli “aggeggi” del marchingegno psicanalitico.

Consideriamo il quadro di Bertini intitolato La motorizzata (a Mec-Art su tela, 1975). Esteticamente, esso si pone in via assai vitalistica. La motocicletta della ragazza (in primo piano) sfreccia verso sinistra, invece l’autovettura da Formula 1 (in profondità) verso destra. Si percepisce uno scarto, entro l’intero quadro. La sua profondità “inconscia” si troverebbe a sfrecciare più intensamente sia della ragazza sia dell’autovettura. Il pittore Fontana soleva tagliare la tela, aprendola simbolicamente verso l’infinito. Bertini invita il nostro sguardo a cadere sulla “freccia d’attrito” fra la schiena della ragazza e la carrozzeria dell’autovettura. Va data una percezione vitalistica alla simbologia del taglio sulla tela. Fontana aveva scelto la sola astrazione. Il dipinto di Bertini La motorizzata va percepito entro una profondità che appartenga “all’inconscio” della forza meccanica. Qualcosa che determini visivamente il “distacco” (l’attrito) fra la schiena della ragazza e la carrozzeria dell’autovettura, nella comunanza del loro flusso. Nel quadro chiamato La motorizzata, Bertini ha inserito delle strisce, che delimitino la pista della corsa. E’ un dettaglio caro al futurismo dell’aeropittura. Qui non vediamo la caratteristica ruota (che induca il nostro sguardo a sondare l’astrazione informale, in maniera psicanalitica). Ma consideriamo la testa femminile. Essa arriva ad intersecare una ruota dell’autovettura, quasi duplicandola. La testa della ragazza sarà un “aggeggio”, per il “marchingegno vitalistico” (entro “l’inconscio” della meccanica).

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