Terre Vulnerabili – a growing exhibition

terre vulnerabili hangar bicocca, recensione di francesco sala

Terre Vulnerabili – a growing exhibition

Interrogare ciò che ha smesso per sempre di stupirci

di Francesco Sala

 

Non è facile pensare ad una mostra come ad una cosa viva. Certo: uno sciamano come Pietro Gilardi, piantando lo straordinario seme che è il PAV di Torino, ha giocato – e gioca costantemente – con un oggetto arte capace di pulsare e respirare, quasi tenesse tra le mani un cuore che assorbe e rilascia continuamente fluidi flussi di energia. Ma una mostra sa essere cosa viva anche in senso meno didascalico; anche senza il ricorso a materiali deperibili e in trasformazione. Semplicemente adattando e piegando la complessità del progetto culturale al fascino flessibile di un ritmo dettato dalla Natura. Si compie nel suo quarto ed ultimo movimento il miracolo ultimo di Terre vulnerabili, collettiva che negli ultimi nove mesi ha preso possesso degli straordinari spazi dell’Hangar Bicocca in Milano. Spazi difficili, ancora recentemente contestati: visti da Saturno, inteso come il settimanale kult-pop de Il Fatto Quotidiano, sono apparsi offuscati, eccezionalmente in crisi.

Eppure rimangono profondamente affascinanti, per una dimensione – non solo spaziale! – di respiro veramente ampio.
Un progetto in fieri quello di Terre Vulnerabili, aggiornato seguendo un battere inflessibile che ricorda le fasi lunari: eccolo il miracolo della mostra-viva! Critici ed artisti, come agricoltori, segnano il terreno e ascoltano le forze dell’atmosfera, nell’intuizione di un percorso che dia i giusti frutti: opere che sbocciano nelle ombre raggelanti dell’Hangar; opere che crescono nel tempo, come nel caso del labirinto disegnato da Yona Friedman che si popola ed affolla, piano, degli interventi di altri artisti.

 

“L’anello debole della catena è anche il più forte perché può romperla” recita – quasi zen – il titolo di questo ultimo aggiornamento della mostra; in un ulteriore richiamo a quel senso di sublime fragilità che pervade come filo conduttore buona parte dei lavori proposti già nelle “stagioni” precedenti: dallo straordinario castello di Ludovica Carbotta al drammatico amarcord di Nico Vascellari, fino ai giochi di clorofilla sul tappeto di terra griffato Ackroyd & Harvey.
Oggi quattro nuovi arrivi. Ironico il video con cui Roman Ondàk documenta – era il 2006 – un flash mob ante litteram, con gli avventori di un vernissage tacitamente d’accordo nel presentarsi tutti con i lacci delle scarpe slacciati, simbolo di una borghesissima micro-protesta contro i clichè dell’art-system. Profilati dai profili taglienti per Alberto Tadiello, le cui lamine disegnano angoli arditi; si guardano a distanza, infine, gli interventi del giamaicano Ward  e del camerunese Tayou, a testimonianza di un’idea curatoriale che ha giocato tutto sul dialogo, sulla costruzione condivisa della situazione espositiva. Il primo recupera parte degli abiti del precedente intervento di Boltanski, portando nuova acqua al mulino dell’indagine su riciclo e rinascita dell’oggetto con un nuovo – camaleontico – cumulo di rifiuti. Tayou si prende il volume del Cubo e ci fa galleggiare dentro una monumentale sfera di sacchetti di plastica, appena sollevata da terra. 

Eccolo, l’anello della catena che può far saltare il banco: la tensione giocata sul punto preciso del vuoto, il carico che incombe – satira di una spada di Damocle in salsa pop.

 

 

Nota:

Per tutte le immagini COURTESY Fondazione Hangar Bicocca COPYRIGHT Agostino Osio

 

 

Terre Vulnerabili – a growing exhibition

Interrogare ciò che ha smesso per sempre di stupirci

IV quarto – 5 maggio 2011

Milano, Hangar Bicocca

 

Dal 22/10/2010 al 17/7/2011

Orari: da martedì a domenica 11.00 - 19.00
giovedì 14.30 - 22.00
lunedì chiuso
 
Ingresso: Intero 8 €
Ridotto 6 €

Fondazione Hangar Bicocca
Via Chiese 2
20126 Milano
Tel.   +39 02 66111573 - Fax   +39 02 6470275
www.hangarbicocca.it - info@hangarbicocca.it

 

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