LA RETINA CHE VEDE OLTRE IL REALE

Per la Galleria Mies di Modena, Paolo Gualdi sceglie d’esporre tre serie fotografiche, diverse nella loro figurazione, ma solo perché ci limitiamo a vederla, mentre più astrattamente dovremmo percepire di vederla.
   Una differenza che torna nella funzione organica dell’occhio. Per il filosofo Merleau-Ponty, percepire è esprimere coi sensi una certa “situazione esistenziale”. Ciò comporterà esteticamente una critica al soggettivismo. Per esempio innanzi all’azzurro del cielo, non saremmo tanto noi a guardarlo, bensì noi in quanto “sensibili ai colori”. Così diventa fondamentale la situazione che si vive all’atto di vedere. Essa è la qualità percettiva d’una sensazione. Noi vediamo unicamente perché si vede, o meglio vedendo. Per Merleau-Ponty, percepire è la sensazione “di stare” a sentire.
   Paolo Gualdi ha intitolato la sua mostra modenese Retiniche Visioni, allacciando concettualmente le tre serie fotografiche. Forse dovremmo ricordarci come funziona l’occhio. La ricezione del senso visivo accade nella retina. E’ importante sapere che quella si trova nella parte interna dell’occhio. Giustamente, diremo che sulla retina si vede… nell’invisibile, o quantomeno che la visione si dà “stampando” se stessa. Così subentra la dimensione percettiva. Si vede (con le lenti del cristallino e della cornea) ciò che si sta vedendo (nella retina). La macchina fotografica funziona allo stesso modo (o quasi) dell’occhio. La retina è una pellicola stampante, con le lenti del cristallino e della cornea.
   Nella serie Po’littico, Paolo Gualdi raccoglie i suoi scatti per la modella, da un’unica sessione di pose. Mantenendone l’ordine sequenziale, è favorita la percezione del movimento. Agli inizi del cinematografo, si conosce un apparecchio che dia lo stesso effetto visivo: lo zootropio.
   Nella serie Po’littico, Paolo Gualdi però scombina la sequenza reale degli scatti, ricavandone un collage. La storia dell’arte c’insegna l’avanguardia del cubismo, interessata ad esibire tutte le “facce” dei soggetti, a prescindere dai nostri punti di vista, sempre relativi (pregiudiziali). Qui il fotografo attua nel contempo una ricombinazione, che però supera la figurazione iniziale (del book per la modella), svelandone un’altra, certo più suggestionale. C’è una maglia di “tasselli” visivi che rimanderebbe alla retina. Il sezionamento del corpo mostra virtualmente i suoi fotorecettori: i “bastoncelli” degli arti od i “coni” delle cosce, del seno, delle anche ecc… Vedendoli nel quadro d’insieme, quando il nervo ottico ha già “spedito” la sua percezione sensoriale alla corteccia cerebrale, esce un’incongruenza concettuale. Forse noi ricostruiamo un’immagine animale, o magari “bestiale”. La ricombinazione dei vari “tasselli” pare quella d’una lente, che ingrandisca i vari dettagli. Qua sia il cristallino sia la cornea mettono a fuoco una percezione visiva che non “sta” (che non “si stampa”). La pellicola diverrebbe quella d’un ologramma. La percezione visiva non si “stampa”, perché “ondeggerebbe” su se stessa. L’ologramma ha una superficie esteticamente illusoria. Paolo Gualdi ha scelto la colorazione calda (fra il più naturale rosa epidermico o la metafora rossa del sangue).
   L’arte contemporanea conosce le fotografie di Gilbert&George, dove la figura umana spesso si vede scomposta e ricomposta assieme. Nell’onirismo del paesaggio attorno, o dei toni “sgargianti”, esce una carta francese da gioco, senza lesinare l’estetizzazione decorativa. Paolo Gualdi invece farebbe delle scelte più concettuali, avvicinandosi magari allo psicologismo. Conosciamo la “legislazione percettiva” della Gestalt. Due soggetti separati, ma ravvicinati, per il nostro sguardo tenderebbero a raggrupparsi. Anche se avessero qualità ben diverse fra di loro, queste finirebbero per confondersi. Un’altra legge percettiva ricorda che l’occhio tende a “chiudere” assieme le linee staccate ma ravvicinate. Forse l’ingrandimento “pseudo-animale” cercato da Paolo Gualdi forza il razionalismo psicologico della Gestalt, come avviene nelle figure illusorie di Rorschach. Gli scatti del Po’littico virano esteticamente all’ologramma: una tecnica cara all’artista Luigi Ontani, il quale però vuole il decorativismo.
   Paolo Gualdi esibisce una fotografia che più semplicemente dia “giustizia” alla vitalità della modella. Lungi dall’immortalarne la bellezza (quasi per idealismo), a lui interessa la sua sensualità, che certo deve rimuoversi, superando il quadro della stampa per arrivare a sedurre lo spettatore maschile. Giustifichiamo così la percezione della serie Po’littico, più cinematografica che solo fotografica. Né sarebbe “scandaloso” immaginare la “carica animale” dello spettatore maschile, sedotto dalla bellezza della modella. La coeva “moderazione” del vitalismo percettivo si capisce astrattamente, nella nostra impossibilità di vedere ciò che per natura accade dentro la retina. La fotografia di Paolo Gualdi di nuovo non è decorativa, bensì molto concettuale. Guardiamo con “ispirazione” alla scelta del titolo Po’littico. Forse il fotografo ha “sbattuto” ironicamente sull’altare del suo decostruzionismo visivo una “pala” della bellezza sacralizzante? La politica si svolge nella dimensione del pubblico, dove gli uomini s’eguagliano fra di loro, nei diritti e nei doveri. In Italia, negli ultimi anni la mercificazione della bellezza femminile non sta solo nel godimento privato del velinismo televisivo. Essa ha intaccato persino la “sacralità” della politica! Paolo Gualdi “frantumerebbe” la ricezione “acritica” del velinismo, riportando la dimensione universalizzante della bellezza al tempo delle pale in chiesa. Simbolicamente, il fotografo contrasta un po’… di politica (artificiosa e modesta) dandole almeno tutta la carica espressiva del polittico medievale, dipinto per smuovere le coscienze dei fedeli.
   Il filosofo Bachelard scrisse che ogni immagine è destinata ad ingrandirsi. Noi avremo sempre coscienza di qualcosa: di un albero, di un’idea, di un numero, di un odore ecc… In filosofia, si parla d’intenzionalità. L’immaginazione va raffigurando quel di, che porterebbe il suo ente (materiale od astratto) letteralmente a superarsi (ad “ingrandirsi”). Il filosofo Virilio rievoca la teoria della relatività, per cui inevitabilmente lo spazio non sarebbe nulla, senza la luce. Esteticamente, l’Universo avrebbe una vena iperrealistica. La luce è tale proiettando se stessa. Essa dunque si supererebbe, quasi “ingrandendo” gli enti che può mostrarci. Virilio aggiunge che la tecnologia digitale usa l’interfaccia. Su questa, l’immagine proietterebbe il suo ente sensibile.
   In lingua francese, la parola telescopage ha due accezioni: osservare a distanza (col telescopio) e mescolare senza discernimento (nel tamponamento). Torna dunque per Virilio il problema dell’intenzionalità. Sempre coscienti di qualcosa, noi letteralmente la faremmo esistere mentre le andiamo incontro (quasi “tamponandola”), e subito la ingrandiremmo con la nostra immaginazione. Hugo scriveva che la forma (l’essenza) è il “fondo” che torna in superficie. La nostra coscienza di qualcosa vale sempre nell’ingrandimento di questa, attraverso l’immaginazione. L’interfaccia visivamente permette ad un fondo di “mescolarsi” nella sua superficie.
   Paolo Gualdi porta a Modena una serie fotografica che si chiama Le lampadine di Damasco. Negli ultimi tempi, dalla Siria purtroppo giungono notizie politicamente “gravi”, che riguardano l’inizio d’una guerra civile. San Paolo nacque a Tarso, nell’odierna Turchia, ma si convertì dal paganesimo al cristianesimo mentre raggiungeva Damasco. Gualdi porta lo stesso nome… Penseremo che le sue lampadine abbiano un simbolismo se non religioso quantomeno sociale? Alcune di queste visivamente si succedono verso la profondità, come se camminassero. Una lampadina al centro della fotografia potrà illuminare meglio delle altre: ciononostante, sembra che Paolo Gualdi le anticipi il destino dello spegnimento… Qualcosa che impedisce il soggettivismo. Il camminamento delle lampadine sarebbe dunque la necessità di vivere socialmente, condividendo il destino della morte. Paolo Gualdi inquadra pure il collegamento elettrico, nell’abbraccio simbolico con tutti i colori delle etnie, fronteggiando il “nero spegnimento” della morte. San Paolo si convertì al cristianesimo proprio camminando verso Damasco. Esteticamente le lampadine sembrano iperrealistiche, occupando la gran parte del quadro fotografico. Ne percepiamo l’illuminazione quasi “per addobbo”, lasciando il collegamento elettrico solo in lontananza. Un’atmosfera di festa, anche grazie ai toni caldi, che però più attentamente svela il pericolo del sangue, mediante il rosso.
   Le lampadine avranno un valore sinestetico, attirando la nostra vista e potendo da se stesse risuonare. Basta immaginarle come le campane. Nella prospettiva religiosa, forse penseremmo che Dio esista oltre il reale (o nell’iper-reale). Il filosofo Levinas, ebreo, descriveva il suo desiderio per l’Altrimenti che Essere. Dio non esiste come il reale del mondo materiale, ma ha l’assolutezza in se stesso. Recuperata la filosofia di Bachelard, sembra che le lampadine di Paolo Gualdi “s’abbraccino… per interfacce”. Il fotografo arriva ad “incorniciarle”, creando pure qui una sorta di collage. La riflessione “normale” delle lampadine, una volta accese, si potenzia mediante quella sugli “specchietti” in serie. La sinestesia percettiva è favorita. Molte lampadine s’inquadrano nella loro inclinazione: toccandosi virtualmente l’una con l’altra, esse faranno un gran rumore. La percezione per interfaccia delle cornici spingerà l’iperrealismo del singolo oggetto ad universalizzarsi, coinvolgendo i suoi “consimili” (fuor di metafora: socialmente?).
   Le lampadine ci permettono di vedere contro il buio. Possiamo recuperare l’etimologia francese della parola telescopage. Con le lampadine, noi vediamo in profondità: molto più che con la luce solare, siccome quest’ultima non ha la resistenza dialettica del buio. Paolo Gualdi usa la soluzione “interfacciale” delle cornici “a specchietto” per tamponarle, ma favorevolmente, se le percepissimo nella loro armonizzazione (in primis coinvolgendo il suono). Religiosamente, penseremo che la profondità al buio sia quella del Mistero Divino, rispetto alla finitudine (allo “spegnimento”) della vita terrena. Se per Hugo la forma (l’essenza) dà il “fondo” che torna in superficie, la lampadina consente di riportare in luce qualcosa. Ciò accade superando la profondità vuota del buio.
   Per il filosofo Baudrillard, noi viviamo nell’epoca dell’immagine via simulacri. Guardando qualcosa, non conterebbero né il significante (che appartiene ai sensi) né il significato (cui arriviamo con la mente). Ci troveremmo nel piano del caratteristico iperreale. Il simulacro dà la dimensione dove non cogliamo più la differenza fra la realtà e la finzione. Naturalmente l’immagine multimediale esprime al massimo grado tale “confusione”. Paolo Gualdi ha chiamato una serie fotografica Finestre del Tibet. Visivamente, interessa il dettaglio dell’asse che “tagli” il paesaggio circostante. Il cielo sembra addensarsi per le nuvole, ma forse subisce un riordino simbolistico. Conosciamo le “finestre” dei pregiudizi mentali. Il Tibet nell’immaginario comune è una regione tanto “fredda” (fra gli altipiani dell’Himalaya) e “beatificante” (con la diffusione del buddismo). Vivendoci, potremmo forse riordinare la nostra mente (coi pregiudizi socioculturali che inevitabilmente ne derivano)? Nelle fotografie di Paolo Gualdi, vediamo la realtà materialistica dell’asse sulla finestra. Esso inquadra coi pregiudizi socioculturali (freddamente) la spiritualizzazione esterna, data in primis dalla vitalità nel cielo, che “esploderebbe” con le nuvole... E’ il problema percettivo del simulacro, che la società occidentale ancora non risolve.

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