Per trovare l'arte bisogna ascoltare il silenzio

 

PER TROVARE L’ARTE BISOGNA ASCOLTARE IL SILENZIO

di Leda Lunghi

 

Ormai tutto è cominciato nel frenetico mondo della cultura: biennali, grandi eventi, fiere, ma mentre corriamo tra un evento e l’altro, ci rendiamo veramente conto di quello che osserviamo, di ciò che la nostra mente elabora? Riusciamo a percepire quello di cui  i nostri sentimenti hanno bisogno? In questa moltitudine di eventi ristretti in un tempo così breve l’arte riesce ancora a raggiungere il suo scopo primario, arriva a quella parte sperduta della nostra anima?

Coinvolta del business del mercato, con le gallerie terrorizzate dalla crisi, ormai la quantità conta più della qualità e il valore sociale dell’arte contemporanea sta andando lentamente ad estinguersi. Ci ritroviamo contornati da un’arte sempre più specchio di una società priva di valori quindi caotica, confusionaria, la definirei quasi rumorosa e i nostri pensieri più profondi, quella parte in cui  si generano le emozioni, i turbamenti, rischiano di soffocare con essa .

 

 

Per questo vorrei invitarvi per un attimo a fermarvi, a rallentare, isolarvi e provare a parlare di ciò di cui tutti noi ci siamo probabilmente dimenticati e che non ascoltiamo nemmeno più, ovvero il silenzio.

Il silenzio di Isaac Julien che pur narrando la storia di un popolo nella nostra epoca contemporanea riesce ad essere predominante, tramite il suo pathos e la sua enfasi.

E’ sull’opera di quest’ artista che intendo soffermarmi, sulla sua delicata narrazione di un dolore, di  un silenzio anacronistico, eppure così attuale; questo artista che a maggio, con la sua opera The Thousand Waves, avevamo lasciato vincitore della Biennale di Sydney,  oggi lo ritroviamo con la medesima opera rielaborata alla 67esima Biennale di Venezia nella serie Orizzonti. Julien, traducendo  il contesto artistico in quello cinematografico, trasportando  e unendo i nove schermi di The Thousand Waves in uno unico, è stato capace di reinterpretare l’opera e raccontarla in un film  dal titolo Better Life,Miglior vita. Questo il punto nevralgico dell’opera, che sulle note di una musica classica della compositrice, Maria de Alvear, di cui il regista ha  portato in primo piano  il soave elemento musicale, ci descrive con la sua partitura gli spazi, tempi e luoghi di quella realtà cinese a noi così lontana. Sembra una pellicola effimera quella di questo artista, che riesce a comunicarci tramite l’immagine della poesia idee come quella di morte. Narra l’atrocità della realtà Julien, ma attraverso lo specchio delicato della cultura e della tradizione cinese,  attraverso le sue immagini, che vertono sulla dea cinese Mazu,  intrecciate ai versi del poeta contemporaneo Wang Ping  Julien racconta quella tragedia avvenuta nella Baia di Morecambe in Inghilterra, dove nel 2004 persero la vita ventitrè immigrati cinesi; tra mito, leggende di fantasmi , che cadono nell’oblio di passato e presente, allegorie di quella ricerca di modernità di “Vita migliore”, come egli  stesso intitola, al cospetto della dea Mazu protettrice dei marinari, tra quelle storie effimere che vuole raccontare di una Shangai moderna e passata, il regista punta con questa revisione poetica a raccontare la sua visione della Cina nei nostri tempi; tra economia ,globalizzazione e cambiamenti culturali. La ricerca e la storia, nella dolcezza di Julien che ruotano attorno  a questo  tragico evento al cambiamento del paese, quindi alla grande migrazione cinese, il regista ci illustra la doppia faccia del melting plot.

 

 

 

Per questo vi ho raccontato di Julien perché in mezzo a tanto frastuono, a tanta confusione, egli ha saputo narrare il problema della migrazione con una  profonda sottigliezza; la delicatezza di questa narrazione è alienante e silenziosa ed in mezzo a tanto frastuono di  un’arte che non sa bene dove collocarsi, dove andare, se seguire il mercato oppure la sua ispirazione, forse bisognerebbe fermarsi ed ascoltare il silenzio, talvolta  è quello che ci racconta la vera arte.

 

 

 

 

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